Il silenzio degli intelligenti

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il silenzio degli intelligenti
il silenzio degli intelligenti

Hello darkness, my old friend. Il buio, il topos dell’intimità, del silenzio e dei pensieri più profondi. L’oscurità che cinge di fascino, di mistero, talvolta di paura ciò che non si vede e non si conosce, l’ombra sfumata che aiuta a fare chiarezza su di sé e sul mondo circostante.
È con le parole e la musica di Simon & Garfunkel che vorrei introdurre questa digressione, con The sound of Silence, “il suono del silenzio”, del 1964.

Ho scelto di parlare del silenzio perché, in un tempo nel quale la parola senza significato ci bombarda in ogni momento ed in ogni dove, che noi lo vogliamo o no, il valore del potersi estraniare dal flusso incessante di comunicazioni spesso non desiderate è incommensurabile.

Può apparire ipocrita, e ben lo capisco, che io parli di silenzio e di comunicazioni vuote su un sito di notizie, eppure nella mia logica ciò ha un senso.

«Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane», scriveva D’Annunzio più o meno un secolo fa. Se accettiamo che il bosco sia una metafora per indicare l’internet, quelle parole sono più attuali che mai.

Internet è dove tutti possono parlare, esprimersi, contestare, teorizzare. Non sono azioni negative, nella loro essenza, ma lo diventano laddove non sono effetti derivanti dal pensare. Il motto cartesiano “Cogito ergo sum” è diventato “Digito ergo sum”. La persona esiste in quanto posta, twitta, pubblica fotografie. «Guardate, mangio. Ehi, ho un fidanzato, guardate in che posti fighissimi mi porta, invidiate quanto mi ama, ci baciamo e ci scriviamo tenerezze in pubblico! Certo, guardate che bella la mia ragazza, voi ve la potete permettere una così? Io sto benissimo, mentre voi comuni mortali vivete delle non-vite pessime» – è l’esibizionismo puro di deviati mentali, con l’aggravante di non essere malati, ma di scegliere volontariamente questa strada.

Va bene, anch’io ho postato di recente le foto dei pancakes fatti da me, ma soprattutto per dire «Hey, anch’io sono capace di fare qualcosa ai fornelli. Non sarà nulla di eccezionale, non sarò bravissimo, ma non morirò di fame e nemmeno chi sarà in mia compagnia». Sarà autoassoluzione, ma c’è un messaggio lievemente più profondo di un autoscatto nel camerino di un negozio con addosso dei vestiti che non si compreranno.

Con internet e le televisioni abbiamo una massa enorme di informazioni non richieste, talvolta anche sbagliate, che ci travolge: è tanto chiedere un po’ di silenzio? Staccarsi dalla “civiltà”, andare in riva al mare o sopra un tetto e stare soli con se stessi, senza dire niente a nessuno. L’estraniarsi da quel flusso, il naufragare in quel mare di silenzio, non vale forse più dell’essere sempre connessi ad uno scorrere incessante di parole vuote?

E come potrei tacere dei fenomeni che parlano senza sapere, che diffondono teorie antiscientifiche –come quella che collega i vaccini all’autismo, e nel frattempo espone l’intera popolazione alle pandemie e fa ricomparire malattie quasi completamente debellate quali il morbillo mietendo addirittura vittime tra i bambini – e bufale varie, che attirano dietrologisti e complottardoni, che rendono propagandisti alla Göbbels vegani, animalisti à la Brambilla, Raeliani, che fanno sorgere groupie di questo o di quel politico (ieri di Berlinguer e Berlusconi, oggi di Grillo e Renzi e Salvini, domani chissà), come potrei ignorarli quando in verità esulterei per un loro pronto sterminio?
«È meglio rimanere in silenzio e dare l’impressione di essere stupido che parlare e togliere ogni dubbio», recita un saggio adagio che ormai è inascoltato.

E allora a noi cosa resta, se non auspicare e praticare un silenzio intelligente? «Parlo poco, lo so è strano, rido piano», -stavolta sono parole di Tiziano Ferro che ritengo più che adatte- cioè non sbandiero la mia vita privata sui social, per esempio, ed è un buon inizio. Poche parole ma ben calibrate, come piace a me. Chissà, magari se iniziassimo a evitare di postare tante parole magari riusciremmo non dico ad essere più intelligenti, ma riusciremmo a rendere le parole stesse meno vuote, più importanti, più cariche di significato, più concrete. Si incrinerebbe un mondo di venditori di fumo e si potrebbe gettare in un terreno fertile un seme di speranza in un mondo migliore.

Mi accomiato citando le parole di Enjoy the Silence, “Apprezza il silenzio”, dei Depeche Mode, canzone datata 1990.

Words like violence break the silence
Come crashing in into my little world
Painful to me, pierce right through me
Can’t you understand, oh my little girl?

All I ever wanted, all I ever needed
Is here in my arms
Words are very unnecessary
They can only do harm

Words are spoken to be broken
Feelings are intense, words are trivial
Pleasures remain, so does their pain
Words are meaningless and forgettable

Simone Moricca
@simonegenius
s.moricca@liberopensiero.eu

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