Contratti di convivenza: utile strumento di tutela

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Contratti di convivenza

La nostra carta Costituzionale riconosce i diritti della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio. Elemento, questo, che pone un limite evidente rispetto alla famiglia di fatto che sorge sulla base della semplice convivenza personale.

Certamente, questa limitazione non può determinare una totale irrilevanza o una “ostilità” dell’ordinamento rispetto alla convivenza al di fuori del matrimonio. Nel tempo, il mutamento del costume sociale e il progresso della società hanno determinato un atteggiamento non più sfavorevole ed indifferente rispetto al fenomeno che va a riguardare anche gli aspetti relativi alla tutela delle unioni tra persone dello stesso sesso. In riferimento alla famiglia di fatto, più che prendere in considerazione la tutela della famiglia, deve farsi riferimento alla tutela della persona nell’ambito di un rapporto familiare. Se da una parte è condivisibile l’idea che la famiglia di fatto possa rientrare nell’ambito di quelle formazioni sociali all’interno delle quali ai singoli individui viene assicurata tutela come previsto dall’art.2 della Costituzione, ciò non significa che si possa equiparare giuridicamente la famiglia naturale alla famiglia legittima.

L’ordinamento, in pratica, dovrà tutelare l’interesse essenziale della persona a realizzarsi all’interno della famiglia intesa quale società naturale. Oggi, ancora, la coscienza sociale considera in modo diverso la posizione del coniuge rispetto al convivente di fatto. Non legalizzando la propria unione, la coppia anche socialmente si sottrae a quegli impegni, diritti e doveri che sono determinati dal matrimonio. Infatti anche in presenza di un’unione stabile e duratura che sia caratterizzata da solidarietà, il legame è vincolante solo dal punto di vista morale ed affettivo, basato su spontanea osservanza reciproca e che potrà cessare senza il ricorso all’autorità giudiziaria. In questi casi, appunto, l’assistenza materiale e morale prestata reciprocamente dai conviventi, rientra tra le obbligazioni naturali, cioè un dovere sociale, in relazione al quale in caso di cessazione consensuale o meno della convivenza, non potranno essere avanzate pretese, non sussistendo un diritto giuridicamente azionabile. Esistono però degli obblighi riguardo ai figli, per i quali non ci sono differenze rispetto ai figli legittimi. Dovranno anch’essi essere accuditi, educati, mantenuti ed istruiti.

Il Consiglio Nazionale del Notariato ha cercato di approntare una soluzione alla questione dal punto di vista patrimoniale attraverso i Contratti di convivenza, che, chiaramente, rappresentano anche per le coppie omosessuali un utile strumento di tutela.

In particolare, con questi contratti nati sulla scia delle esperienze già ampiamente collaudate negli altri Paesi europei (come ad esempio, i c.d. “contrats de ménage” in Francia, i “cohabitation contracts” in Inghilterra, ecc.) e stipulabili presso gli studi notarili, potranno regolamentarsi, in qualsiasi momento del rapporto (sia prima che durante la convivenza):

– le modalità di partecipazione alle spese comuni, e quindi la definizione degli obblighi di contribuzione reciproca nelle spese comuni o nell’attività lavorativa domestica ed extradomestica;

– i criteri di attribuzione della proprietà dei beni acquistati nel corso della convivenza (potendo addirittura definire un sorta di regime di comunione o separazione);

– le modalità di uso della casa adibita a residenza comune (sia essa di proprietà di uno solo dei conviventi o di entrambi i conviventi ovvero sia in affitto);

– le modalità per la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza al fine di evitare, nel momento della rottura, discussioni e rivendicazioni;

– la facoltà di assistenza reciproca, in tutti i casi di malattia fisica o psichica (o qualora la capacità di intendere e di volere di una delle parti risulti comunque compromessa), o la designazione reciproca ad amministratore di sostegno.

Non potranno, invece, essere inserite disposizioni testamentarie essendo fermo nel nostro ordinamento il divieto di patti successori. Questi aspetti potranno essere chiaramente disciplinati con il testamento. Dal contratto deriveranno come per ogni altro contratto degli obblighi giuridici ed in caso di violazione degli stessi ci si potrà rivolgere all’autorità giudiziaria affinché ne garantisca il rispetto.

Le parti possono riservarsi, con apposite clausole inserite nel contratto di convivenza, la facoltà di recesso. L’esercizio della facoltà di recesso potrà, a seconda di quanto pattuito dalle parti:

– essere totalmente libero ovvero essere subordinato al verificarsi di determinati eventi o condizioni;

– essere gratuito o essere subordinato al pagamento, all’altra parte, di un corrispettivo (multa penitenziale).

Gennaro Dezio

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