“I have a dream”, in memoria di Martin Luther King

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Il 4 aprile del 1968 veniva assassinato Martin Luther King, pastore, politico e attivista, premio Nobel per la Pace e simbolo della lotta contro la segregazione razziale negli USA.

Martin Luther King è conosciuto per la sua lotta pacifica e impegno civile, che emergono soprattutto nelle sue opere ”Lettere dal carcere di Birmingham” del 1963 e ”La forza di amare”.

In suo onore dal 1983 si celebra il ”Martin Luther King’s Day” istituito dall’allora presidente Ronald Reagan. La festa cade ogni tre anni il 15 gennaio, in ricordo della sua nascita.

Tra i momenti di spicco della sua breve, ma intensa vita possiamo ricordare il celebre discorso ”I have a dream” pronunciato il 28 agosto del 1963 davanti al memoriale di Abramo Lincoln e centinaia di spettatori, che marciavano per chiedere lavoro e libertà. ”I have a dream”, in cui Martin Luther King chiedeva la fine della discriminazione e delle segregazioni razziali e pari diritti per gli afroamericani è considerato dagli storici il discorso di maggiore impatto per la storia americana del ventesimo secolo.

Eccone un estratto: ”Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia, i figli di coloro che furono schiavi e i figli di coloro che possedettero schiavi sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho un sogno, che un giorno persino il Mississippi, uno Stato colmo dell’ arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformi in un’oasi di libertà e di giustizia. Io ho un sogno, che i miei quattro bambini possano un giorno vivere in una nazione in cui non saranno giudicati dal colore della pelle. Io ho un sogno, che un giorno in  Alabama, con i suoi malvagi razzisti, con il suo governatore dalle cui labbra giungono divieti e rifiuti, che un giorno, proprio in Alabama, i bambini neri e le bambine nere sapranno unire le mani con i bambini bianchi e le bambine bianche, come fratelli e sorelle. Ho un sogno, oggi. Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno spianati e i luoghi tortuosi raddrizzati. E la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli esseri viventi, insieme, la vedranno. È questa la nostra speranza”.

Martin Luther King fu vittima di un omicidio mentre si trovava sul balcone di un motel a Memphis. Da quanto emerge dalle indagini svolte, a spezzare il sogno di King e di milioni di afroamericani è stato un killer isolato, James Earl Ray. Ray, condannato a 99 anni di reclusione, avrebbe inoltre confessato di aver compiuto il gesto per sua volontà, senza nessun mandante, anche se dopo ha ritratto la confessione.

Il 5 aprile del 2002 un pastore protestante ha confessato che a sparare a King è stato suo padre, Henry Clay Wilson, morto 12 anni fa all’età di 68 anni. In un’intervista al New York Times Wilson raccontò che Ray aveva solo comprato il fucile, utilizzato poi dal padre per sparare il colpo fatale. Stando alle parole del figlio l’uomo avrebbe avuto dei complici, membri del Ku Klux Clan del quale faceva parte. Il movente, a detta di Wilson, non è stato l’odio razzista, ma la convinzione che Martin Luther King fosse un comunista che cercava di fomentare una sommossa. La famiglia di King è stata sempre convinta di questa tesi e dell’innocenza di Ray anche tuttora i dubbi restano.

Vincenzo Nicoletti

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