Tirocinio professionale a giurisprudenza: breve storia di un fallimento

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Esisteva, fino a pochi anni fa, una certezza per ogni iscritto in giurisprudenza: un’alta probabilità di riuscire ad ottenere una occupazione dopo aver raggiunto la laurea. Un’isola di pace mentre la tempesta della disoccupazione affondava le altre facoltà ed insidiava il futuro di chi, con sforzi e fatica, riusciva ad ottenere il titolo. Non si trattava di un semplice stereotipo: per quanto i dati non fossero così univoci come si voleva far credere, le professioni giuridiche sembravano comunque essere in grado di assorbire un alto numero dei dottori sfornati dalle università italiane. La crisi invece, come un gorgo, ha divorato precipitosamente questa illusione, cancellando le certezze di un tempo: non tutti possono diventare avvocati, l’impiego pubblico è effimero, lo Stato non è in grado di assorbire la disoccupazione con un impegno dispendioso, complice sia l’impostazione liberista sia la spending review, vero e proprio obbligo giuridico.

Il Governo Monti, nel 2012, ha messo mano alla disciplina dell’ordine professionale forense, in particolare con riferimento ai requisiti per accedere alla nobile professione dell’avvocatura. Doveva trattarsi di un intervento sistematico, ordinatorio, suppletivo delle deficienze del vecchio ordinamento, invece si è limitato a seguire il principio dell’eterno rinvio del problema: aumentare il tempo che intercorre tra la laurea e l’accesso al concorso, obbligando lo studente a seguire i corsi delle scuole forensi, e consentire la pratica della professione solo a coloro che abbiano le disponibilità economiche necessarie (la tassazione prevista per rimanere iscritti all’ordine è oggetto di forti contestazioni; la scuola forense ha un prezzo non inferiore a 500 euro ecc.).

Oltre a queste disposizioni (di dubbia costituzionalità: non è difficile riconoscere una piena violazione del principio di eguaglianza sostanziale), la legge di riforma dell’ordine professionale (247/2012) ha previsto una piccola innovazione, forse un tentativo di acquietare preventivamente le contestazioni universitarie (che sono state quasi assenti su tutto il territorio nazionale): la possibilità di effettuare 6 mesi (su 18) di tirocinio nell’ultimo anno del corso di laurea. Questa norma non ha trovato applicazione, a causa del classico “pasticcio all’italiana”: un legislatore poco accorto (o forse semplicemente desideroso di passare la palla al piede a qualche tribunale amministrativo regionale) ha infatti inserito come requisito previo il rispetto dell’articolo 40 dello stesso testo normativo. Cosa dice tale articolo 40? Che i tirocini possono essere regolati da apposite convenzioni stipulate tra Università e ordini professionali, e che il consiglio nazionale forense (CNF) può siglare accordi con la conferenza dei presidi e dei direttori delle facoltà di giurisprudenza.

La norma in questione veniva inizialmente intesa come un ampio riconoscimento di autonomia territoriale: molte università iniziavano a prendere contatti con gli ordini degli avvocati locali per stipulare tali convenzioni. Interveniva però nel 2013 il CNF, vietando agli ordini professionali territoriali di stipulare ed applicarle in assenza dell’accordo tra il medesimo organo e la conferenza dei presidi e dei direttori delle facoltà di giurisprudenza. Bandiera bianca: saggiamente nessuno volle sfidare il CNF e decidere di oberare il TAR di nuovi ricorsi, anche perché il CNF annunciava di essere pronto a lavorare per giungere quanto più prontamente possibile alla stipula dell’accordo. E una bozza di accordo veniva presentata nel 2014, ponendo delle restrizioni alla possibilità di ricorrere a tale anticipazione: 1) lo studente avrebbe dovuto aver sostenuto tutti gli esami dell’anno universitario precedente; 2) lo studente avrebbe dovuto avere una media di 27/30. La bozza veniva pubblicata nel silenzio delle associazioni politiche universitarie: solo la LINK e la RUN (per quanto ci è stato possibile constatare) provvedevano a fornire dichiarazioni contrarie, la prima una manifestazione di protesta nel luogo dove la conferenza dei presidi e dei direttori delle facoltà di giurisprudenza doveva votare la bozza. Forse per le contestazioni (anche se non risulta abbiano avuto grande partecipazione), forse per le richieste di modifica di alcuni rappresentanti, forse per altre dinamiche che non sono a noi note, la conferenza dei presidi e dei direttori delle facoltà di giurisprudenza non ha approvato la bozza stessa, chiedendo un maggiore coinvolgimento dei rappresentanti studenteschi. Difficile dire se sia stato un bene: la bozza prevedeva molte restrizioni, ma nel contempo la bocciatura ha avuto come conseguenza il prosecutarsi di un vuoto che peggiora le condizioni occupazionali degli iscritti in giurisprudenza.

Permane un ultimo mistero: secondo l’articolo 41 della stessa legge, per dare attuazione alla disciplina forense in materia di tirocinio è necessario il regolamento del ministro di giustizia, il quale sino ad oggi ha mancato di attivarsi in merito, mentre il CNF sembra considerare sufficiente l’accordo di cui abbiamo avuto modo di parlare. Insomma, “tanto rumore per nulla” (ci auguriamo di poter presto rettificare questo amaro commento).

Vincenzo Laudani

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