Follia: disturbo o condizione umana?

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“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere…”

folliaEra negli anni ‘70 che Franco Basaglia, psichiatra, rivoluzionava la convenzione mentale dell’esclusione sociale adoperata contro i cosiddetti “pazzi”. Ma da allora per domande su chi siano i pazzi e come vadano trattati, non esistono né metodi o statuti che siano a prova di dimostrazione scientifica, o che sappiano reintegrare ufficialmente una persona dai propri disturbi mentali.

Partendo dall’elogio per eccellenza alla condizione di follia, redatto da Erasmo da Rotterdam, Eco & Narciso evidenzia la precisione con cui l’indipendenza e la soggettività della stessa follia facciano da postulati alla stabilità del concetto di follia come condizione umana, dettata da circostanze sociali, personali ed inconsce.

La parola “follia” nel corso del tempo e a seconda degli studi di cui è divenuta oggetto, ha mutato notevolmente significato. L’eretico filosofo Erasmo, contrapponeva l’essenza della follia allo spirito prettamente stoico degli uomini; e infatti, gli stoici vengono da lui descritti come uomini tristi, incontentabili perché profondamente devoti alla ragionevolezza e alla sobrietà. Gli uomini folli, invece, come descritto nell’ode a questo modus operandi di esprimersi, divengono coloro che coraggiosamente azzardano. Nella vita, nella manifestazione pratica della realtà, nei contatti con il resto del mondo, la spensieratezza di carattere infantile ed adolescenziale organizza i suoi schemi per sovrastare quei vuoti di desolazione e strazio, riserve amare della lucidità pragmatica e di ogni convenzione.

Ciononostante, la concezione di Erasmo sulla pazzia, non bastò alla storia per negare le forme di repressione fisica e psicologica provata sulla pelle degli uomini: quelli instabili, aggressivi, “alterati” e giudicati tali secondo criteri talvolta anche anomali dai poteri dominanti. Se ai tempi di Erasmo da Rotterdam elogiare la follia simboleggiava una padronanza demoniaca del corpo, successivamente si è pensato di esorcizzare questo “dominio malefico” con riti di torture e devastazioni psichiche, isolamenti in nicchie di segreti e occultati da putrefazioni silenziose di cadaveri inerti. Neanche i passi compiuti dalla psicoanalisi di Freud, hanno cessato di provocare laceri d’incomprensione ed esclusione verso pazienti, vittime internate tra le mura, che avevano imparato a stabilire la loro irrequietezza nel disturbo dell’isolamento: nei manicomi, luoghi adibiti a zone libere ma barricati tra gli orari ospedalieri, uomini venivano rinchiusi, costretti a sopravvivere tra la mania di liberarsi dal controllo altrui, con l’asfissiante desiderio inconscio, forse, di riavere il controllo della mente. E chissà che quanti di questi uomini non siano diventati pazzi…

folliaEclatante, il caso simbolico di Henri Young, detenuto ad Alcatraz: un passato da criminale alle spalle e fuggiasco più volte dalle prigioni, approdato ad Alcatraz rappresentò per gli Stati Uniti d’America il volto dello scempio repressivo e disumanizzante, che rappresentava sommariamente il travaglio psichico di tanti detenuti della prigione sull’isola. Come si cita nel film ispirato alla storia di Young, ogni persona ha il diritto di avere una seconda occasione di riscatto e riappropriazione della propria vita; le umiliazioni, l’esclusione sociale e l’introspezione solitaria dell’individuo non rendono né profitto d’esperienze comuni, né avanzamento civile e abolizione delle disuguaglianze: per definizione di riabilitazione s’intende, infatti, il “recupero dello stato di salute fisica, mentale e morale, attraverso la cura e l’esercizio.”

Secondo Sigmund Freud, medico che studiò malattie psichiche come l’isteria e la nevrosi, questa cura e lo stesso esercizio, devono rispettare la prassi dell’analisi circa le libere idee. Nessun medicinale o rimedio dalle ripercussioni fisiche viene considerato efficace quanto lo studio del paziente, attraverso la ricerca dell’intimità oscurata dall’abbaglio dei ricordi dolenti e quelli traumatizzanti. D’altronde, nello stesso film girato tra le celle di Alcatraz, è il detenuto a presentare coerentemente la formula concatenata di azione-reazione.

Ebbene, forse ad oggi i manicomi non sventolano la loro aria solenne di conforme provvidenza ad un male, sono stati aboliti e le pratiche di tortura vengono eticamente strumentalizzate da alcuni paesi solo in ragion di difese contro gli estremismi. Eppure, parlare di riabilitazione, inclusione ed uguaglianza sociale resta ancora un traguardo che si proietta in troppa lunga lontananza. Fino a quando l’istituzione a cui si riferiva Basaglia non diventi realmente una “testa aperta” capace di supportare ed assistere i disagi della mente altrui, anziché declassarli come fastidi da sbrigare – in una società preoccupata di produrre e non di convivere, allora la follia verrà distorta dal suo senso etimologico e filosofico: quello di inconscia e naturale condizione umana.

 Alessandra Mincone

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