Allegri VS Conte: Juventus tra passato, presente e futuro

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Massimiliano Allegri e Antonio Conte, presente e passato della Juventus

Uno scudetto praticamente già archiviato, i quarti di Champions League e il ritorno nel calcio europeo che conta, la finale di coppa Italia arrivata in rimonta. Un biglietto da visita impressionante per Massimiliano Allegri, arrivato in fretta e furia in estate sulla panchina della Juventus, con il ritiro appena cominciato, per sostituire il furioso Antonio Conte, ed ancora in corsa su tutti i fronti.

LA GESTIONE ALLEGRI – Al suo primo anno, non poteva cominciare meglio. E pensare che, appunto, era stato un ripiego, scelto in fretta e furia dopo l’addio burrascoso dell’attuale ct dell’Italia. Sapeva che sedersi sulla panchina della Juventus dei record era un’impresa titanica che avrebbe potuto troncargli definitivamente le gambe dopo l’esonero al Milan. Eppure ha accettato l’incarico, con l’handicap di non aver programmato la preparazione, né la campagna acquisti. Ha preso in mano le redini di un gruppo coeso con Conte, e lo ha gestito in maniera brillante. Ha sopportato con pazienza e calma l’aperta ostilità del popolo juventino. E sempre con calma e pazienza ha fatto loro cambiare idea. All’indomani della vittoriosa trasferta del Franchi, fare un bilancio, seppur ancora parziale, dell’annata della Juventus è pratica doverosa.

INNAZITUTTO IL CAMPIONATO – A meno di un clamoroso quanto improbabile suicidio (sono ammessi scongiuri e riti apotropaici vari per i tifosi bianconeri), la pratica scudetto sembrerebbe essere già archiviata da diverse giornate, con la Roma a 14 punti di distanza, e l’incredibile Lazio di Pioli subito dietro, distaccata di 15 punti, pur mancando ancora 9 turni alla fine del torneo.

Eppure sembrava proprio essere l’anno buono in cui la Juventus potesse cedere lo scettro. Dopo l’addio turbolento di Conte, i tre titoli consecutivi e dopo aver toccato quota 102 punti, pareva plausibile che i bianconeri potessero essere sazi. In più, una Roma rinforzata in ogni reparto, il Napoli che aveva mantenuto i suoi big e la Fiorentina che aveva recuperato i suoi gioielli e aveva fatto fronte al problema della coperta corta in attacco sembravano seriamente allontanare da Torino lo scudetto 2014-15. In effetti, la prima parte di stagione stava confermando i pronostici settembrini: la Juventus è più umana, ha un gioco meno martellante di quella dell’era Conte e soprattutto perde più facilmente punti.

Poi l’imponderabile: l’inspiegabile harakiri della Roma, l’auto-esclusione del Napoli che pure aveva battuto i piemontesi in Supercoppa a Dicembre, la partenza lenta della Fiorentina e i continui infortuni, e le altre outsider spuntate in corso d’opera (Lazio, Sampdoria) troppo distanti per impensierire per davvero i bianconeri, spalancano le porte per il quarto titolo consecutivo, quello più insperato.

IN COPPA ITALIA – Il cammino verso la finale è stato veramente ad ostacoli. Eccezion fatta che per il roboante 6-1 contro l’Hellas Verona, la Juventus ha rischiato seriamente di uscire. Prima a Parma contro una squadra alle prese con i noti problemi societari, risolta solo al 90′ da un colpo da maestro di Morata, poi contro la Fiorentina, vittoriosa allo Stadium grazie ad una doppietta di Salah. Dopo una sconfitta in casa, la testa rivolta ai quarti di Champions League, l’assenza degli infortunati Tevez, Lichsteiner, Pirlo e Pogba, e l’esclusione per turnover di Buffon, la finale dell’Olimpico pareva essere una faccenda ad esclusivo appannaggio dei viola, scesa in campo con l’artiglieria pesante. Sul prato del Franchi invece, la Juventus ampiamente rimaneggiata non solo riesce nell’incredibile rimonta, ma ci riesce senza l’apporto dei suoi giocatori di maggior talento.

IN EUROPA – Anche il cammino in Champions League, almeno nella fase a gironi, non è stato esaltante. Secondi per un pelo, davanti all’Olimpiacos Pireo, e dietro ad un Atletico Madrid non così imbattibile, avevano fatto pensare che i problemi in campo europeo dei bianconeri (unica vera pecca, anche se non da poco, della gestione Conte) non fossero mutati col cambio in panchina.

Poi agli ottavi, contro il temibile Borussia Dortmund di Klopp, la Juventus è diventata un’altra. Più sicura, più padrona del campo, meno timorosa. Nonostante il forfait in corso d’opera di Pirlo prima, e poi Pogba al Westfalenstadion, la Juve batte i gialloneri di Germania sia a Torino, che a Dortmund. In Vestfalia, poi, i bianconeri compiono un vero e proprio capolavoro. Non solo gestiscono il risultato agilmente, ma nemmeno permettono ai padroni di casa di provare la rimonta. Il risultato, anche lì, è imponente: 3-0 per la Juventus. I sabaudi sono ai quarti di finale dopo tanti, troppi anni, dando linfa vitale al calcio italiano nel ranking Uefa (già comunque lievemente ringalluzzito dal cammino delle altre italiane in Europa League). Il conseguente sorteggio ha messo di fronte l’avversario più abbordabile, il Monaco. Da più parti si è alzata la raccomandazione di non prendere sotto gamba l’avversario, ma il cammino dell’11 bianconero, durante tutta la stagione parla da solo: anche senza i big, la squadra di Allegri sa essere sul pezzo.

LA GESTIONE DEL GRUPPO – Così come è sembrato essere sul pezzo nella gestione del gruppo, uno dei punti di forza della Juve di quest’anno. Non era semplice prendere le redini di un gruppo ampiamente coeso con Conte: il tecnico livornese ci è riuscito alla grande, riuscendo a gestire anche l’incognita Pirlo, che si narra fu mandato via dal Milan proprio per suo volere. Il bresciano è rimasto il faro del centrocampo, supportato in più dalla crescita esponenziale di Pogba e l’ossigeno di Marchisio, Vidal e Pereyra. Ha centellinato Morata, che all’inizio sembrava non rientrare nei suoi piani, e al punto giusto lo ha inserito nei suoi schemi, facendolo diventare titolare inamovibile. Ed è riuscito anche nell’inserimento in gruppo dei nuovi, Matri e Sturaro.

IL FUTURO – Sturaro, inoltre, sembra rispondere all’identikit che il club bianconero vorrebbe perseguire per il futuro: un calciatore giovane, italiano, di belle speranze, a prezzi abbordabili, ed in grado di inserirsi in gruppo senza fatica ma senza manie di protagonismo. La stessa linea seguita per Rugani, giovanissimo perno difensivo dell’Empoli di Sarri, autore fin qui di una stagione da incorniciare e dalla prossima stagione in bianconero; o Zappacosta dell’Atalanta e Bertolacci del Genoa, questi ultimi due monitorati dallo staff bianconero ma per ora solo ipotesi. O l’idea Zaza in attacco, al posto di Llorente, destinato alla cessione (da un punto di vista prettamente finanziario sarebbe un’operazione capolavoro: approdo a parametro zero e cessione onerosa per un giocatore arrivato alla soglia dei trent’anni). Nel calcio di oggi, l’intelligenza e la progettualità sono alla base del successo. La Juventus lo ha capito, e ne sta raccogliendo i frutti.

Fonte immagine in evidenza: Reuters/juventus

Michele Mannarella

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