L’Amore in versi dal X secolo allo stilnovismo

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Amor ch’a nullo amato amar perdona

Come scrive Francesco Fioretti è forse il verso più usato nelle canzoni e letterature italiane, un’invenzione ben riuscita del nostro Dante che riesce ad attirare la nostra attenzione grazie a quell’orizzontale amor-amato-amor, al centro esatto di un verticale amor-amor-amor. Ma poi quando si cerca di far la parafrasi qualcosa va storto, sembra che non rispecchi nulla di ciò che abbiamo toccato con mano, di ciò che conosciamo o che potrebbe essere reale, quindi ci affidiamo al significato tramandato per secoli “non possiamo non riamare chi ci ama”. Spiegazione certo bizzarra se con calma analizziamo la situazione duecentesca, il periodo in cui in Italia Federico II è stato grande ma poi ha dovuto rinunciare a quella grandezza, in cui i siciliani avevano immagazzinato le antiche teorie dei provenzali per poi diffonderle a tutta la penisola.
Tutte le letterature scolastiche iniziano col narrarci la sostanziale divisione che in Francia nel X e XII secolo hanno posto le basi della letteratura: le differenze stilistiche tra le lingue d’oil e d’oc. La prima era la lingua dell’epica, delle canzoni di gesta e del Ciclo Carolingio, ma poteva anche allontanarsi da questo schematismo trattando dei primi romanzi, degli eroi individuali e del Ciclo Bretone che ha come asso nella manica il tema amoroso, del viaggio e dell’elemento magico.
Un discorso a parte è quello da trattare per la lingua d’oc, la lingua con cui è stata composta la lirica, che per la prima volta lega la poesia al canto per poi slegarle di nuovo e dar vita ad un testo così melodioso da riuscir ad inventare la rima. I trovatori provenzali erano ossessionati dall’amore, definito fin’amor per la sua caratteristica peculiare nel riuscir a creare una vera e propria catarsi. Si tratta per la maggior parte dei casi di amori infelici ed impossibili, una continua tensione che non sboccerà mai nel lieto fine tanto agognato: una castellana non potrà mai cedere ad un cavaliere ma lui non smetterà mai di adorarla e di combattere per lei.
Dietro questo tema all’apparenza malinconico si cela la grande metafora della vita: la tensione d’amore non è altro che il desiderio di raggiungere un qualsiasi obiettivo, la strada da percorre è dura e faticosa, ma nel momento in cui si raggiunge lo scopo prefissato non resta più nulla per cui lottare. I trovatori vedevano quest’ultimo step come il raggiungimento dell’apatia da loro inteso come la fine della vera vita. Per questo gli amori da loro narrati sono impossibili, l’amore è vita, il suo raggiungimento è la fine della vicenda.
I poeti italiani hanno immagazzinato questa tradizione tramite varie interpretazioni e per questo possiamo dire che ufficialmente, finché Dante non ha preso parola a riguardo, non possiamo realmente affermare che facessero parte di un unico filone letterario.
La tensione d’amore si esprimeva infatti tramite il trobar leu inteso come poetare con semplicità, dolcezza, scorrevolezza e il più oscuro trobar clus che con i suoi versi aspri tende alla perfezione formale tanto da creare una tensione stilistica che rispecchia il tema trattato. Il componimento che più rispecchia questa condizione è la sestina, un’invenzione di Ernaul Daniel imitato poi da Dante (nelle Rime Petrose) e da Petrarca. Si tratta di un testo poetico diviso in sei strofe, ognuna con sei versi dotati non di rime ma di parole rima legate tra loro da una retro graduazione crociata per poi raggrupparsi tutte nell’ultima strofa del componimento. Si crea in questo modo una sorta di prigione di parole, una tensione portata al limite e una perfezione che ingabbia il poeta costretto a racchiudere la sua sofferenza in una prigione destinata ad avere come sbarre sempre le stesse sei parole che fanno agognare lo scrittore.
Anche Guittone d’Arezzo è un esempio del poetare oscuro. Dopo una prima fase in cui nei suoi componimenti cantava d’amore e di qualche problema sociale, ne ha vissuta una seconda in cui la conversione religiosa gli fa vedere la vita da un’altra prospettiva : l’amore è pericoloso e immorale, il suo compito è divenir un “fustigatore” di vizi usando come mezzo la sua penna tagliente e il suo stile affascinante ma oscuro e machiavellico. Guittone sarà preso come bersaglio dagli stilnovisti che invece approvavano il trobar leu. Ed ora la fatidica domanda: chi sono gli stilnovisti?
Dante nella Divina Commedia immagina un dialogo con il guittoniano Bonagiunta in cui egli definisce la canzone dantesca Donne ch’avete intelletto d’amore con l’espressione dolce stil novo, distinguendola dalla produzione precedente per i modi di penetrare interiormente luminoso e semplice, libero dal nodo dell’eccessivo formalismo stilistico. Si pensa che Dante abbia voluto far questa suddivisione perché prima di lui nessuno aveva parlato di una donna come aveva fatto egli stesso con Beatrice, le altre erano castellane che colpivano gli organi dell’amore dell’uomo (occhi e cuore), Beatrice era luce pura, una forma angelica simbolo delle cose belle che possono esserci nel mondo. Dante per descriverla come voleva ha avuto bisogno di continuare la sua ascesa circondandola dell’atmosfera del mondo ultraterreno del Paradiso, perché la Vita Nova non bastava.
Entrambi i poeti che hanno fatto la storia in questo senso erano legati alla figura del Nostro. Guido Guinizzelli era stimatissimo da Dante ed è ancora oggi conosciutissimo per la canzone manifesto Al cor reimpaira sempre amor, un componimento di sei stanze che racchiude tutti i temi cardine dello stilnovismo.
Un ultimo esempio da non trascurare è quello datoci dalla figura di Cavalcanti. La sua visione della vita è tragica e vede l’amore come un sentimento capace di distruggere l’uomo. Di religione averroista Guido Cavalcanti ritiene infatti che l’amore sia capace di distruggere tutti gli spiriti appartenenti all’uomo e quindi a far a pezzi la sua psiche per poi non lasciargli nulla. Nel sonetto Voi che per li occhi mi passaste ‘l core l’amore è infatti drammatizzato , la poesia diventa teatrale e il foglio un campo di battaglia in cui Cupido sferra tutte le sue frecce.

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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