Youth – La giovinezza: Sorrentino procede nel suo viaggio attraverso l’esistenza

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Girato tra Svizzera (Davos), Italia (Roma e Venezia) e Inghilterra (Londra), Youth – La giovinezza è il nuovo film di Paolo Sorrentino che racconta la storia di due uomini, Fred e Mick, ormai alla soglia degli 80 anni e in vacanza in un lussuoso hotel sulle Alpi –Schatzalp Hotel di Davos, lo stesso di La montagna incantata di Thomas Mann-che osservano con occhio attento le vite confuse dei loro figli e quelle spensierati degli altri ospiti dell’albergo, che li riporterà indietro nel tempo a ripercorrere le tappe della loro vita.

Distribuito da Medusa Film e nelle sale dal 21 maggio, e girato in lingua inglese come This Must Be The Pleace con Sean Penn, Youth – La giovinezza ha un cast che già da sè potrebbe costituire una garanzia: i premi Oscar Michael Caine, Rachel Weisz, Jane Fonda, affiancati da Paul Dano e la giovane modella e attrice romena Madalina Ghenea. Il tutto contornato da uno splendido scenario dall’atmosfera rarefatta, fatta di giochi di luci e ombre e paesaggi mozzafiato in giro per l’Europa che sono il segnale di un viaggio estetico oltre che interiore, un percorso immaginifico che Sorrentino costruisce guidandoci per mano attraverso la macchina da presa.

Ma non è azzardato dire che, a distanza di due anni dal film che gli ha procurato un Oscar, La grande bellezza, Sorrentino ripercorra un sentiero già battuto in partenza, forse con l’intento di esplorarlo più a fondo, di completarlo attraverso un punto di vista differente che però dimostra come, alla fine, il punto di arrivo sia sempre lo stesso: il nulla.

Youth, come La grande bellezza, è un viaggio nel passato e nel presente, in luoghi monumentali ed eterni come eterno è il vuoto che gli gravita attorno. “Hai ragione, io capisco solo la musica” sono le uniche parole pronunciate nel trailer del film, alla fine, da un anziano Mick che appare con lo stesso sguardo vitreo e inespressivo di un Jep Gambardella seduto in terrazza mentre dice “Chi sono io?” rivolgendosi più a se stesso che al suo interlocutore. Entrambi uomini che vivono nella nostalgia (se così si può chiamare) del loro glorioso passato, uno da direttore d’orchestra l’altro da scrittore, ed entrambi immersi nella stessa atmosfera di lusso e strabordante ricchezza, che però sono in netta contrapposizione l’una all’altra: il lusso di Youth è elegante e raffinato, fatto di saune, piscine e massaggi, quella de La grande bellezza è sfarzosa, esasperata, quasi volgare. Entrambi uomini che viaggiano con la mente indietro nel tempo e con l’occhio nel loro presente, trovando vuoto l’uno e l’altro. Entrambi uomini insoddisfatti della vita in senso stretto, poichè entrambi hanno conosciuto la vetta dell’ambizione dell’uomo comune ed entrambiyouth 2 non vi hanno trovato altro che il vuoto esistenziale. Entrambi affiancati da una sola donna che avanza come una dea, sempre in quella contrapposizione ottica che però sul fondo nasconde lo stesso significato: la bellissima Madalina Ghenea che appare prima mentre passeggia con un luccicante diadema e poi nuda immersa nelle acque di una piscina quasi fosse un quadro da contemplare o una divinità da adorare, eterea e immobile nella sua perfezione artistica, e la sensuale Sabrina Ferilli nel ruolo di una prostituta enigmatica, seducente nonostante la sua età, un’apparizione fugace che funge quasi da epifania, che si conclude con la morte prima ancora di averne svelato il mistero.

La grande bellezza è il titolo di un’opera che svela come la bellezza esteriore (in questo caso di una città antica ed eterna quale Roma) sia fisicamente tangibile ma emotivamente irraggiungibile, poichè quella che è la grande bellezza della vita quotidiana non è altro che un guscio vuoto che ognuno si sforza di non vedere. E allo stesso modo ogni personaggio del film non è altro che un mero involucro, un fantasma dai colori sgargianti che passivamente vaga da una festa all’altra ripetendo le solite frasi fatte (come la donna che ritene di essere intellettuale solo perchè non ha la televisione in casa da vent’anni) che però scomparirà nel suo nulla, nella sua incapacità di lasciare qualcosa di tanto bello quanto lo è il passato di una città -e una civiltà- che sono destinati a non ripetersi. Come lo stesso Jep, a Roma in cerca di fortuna, ha prodotto il suo primo e unico romanzo L’Apparato Umano quand’era ancora giovane, ed è in crisi creativa da 40 anni perchè sa che non potrà riprodurre un’altra opera migliore o equiparabile alla prima, allo stesso modo l’umanità si trastulla passando passivamente il tempo sforzandosi di tenere testa a un passato che incombe su ciascuno, come l’imponente figura del Colosseo sullo sfondo delle passeggiate di Jep. E ogni personaggio, nel suo ossimoro tra ciò che rappresenta all’esterno e ciò che è in realtà, è solo una riproduzione in piccolo di ciò a cui siamo destinati: il vuoto, il nulla.

Probabilmente Youth, come ha fatto La grande bellezza, non farà altro che riprodurre il senso di vuoto a cui è destinato chi prova a indagare più a fondo nell’esistenza umana. E probabilmente, così come La grande bellezza, dividerà a metà la critica: chi, da una parte, capisce il nulla che c’è alla base in un film che non ha un vero protagonista ne un vero punto di fuga e non lo vede come qualcosa di sterile, ma come qualcosa di emotivamente pesante perchè vergognosamente veritiero; e chi, di questo nulla di fondo, non sa che farne.

Camilla Ruffo

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