Lo scontro finale e le sorti dell’Italicum

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Per Renzi l’Italicum deve essere approvato così com’è, niente discussioni, niente modifiche, ma soprattutto niente stravolgimenti rispetto all’impalcatura già delineata dal governo e della maggioranza. Alla minoranza democratica e alle opposizioni quindi non resterebbe che accettare il testo così com’è, perché l’ordine sarebbe di «non disfare quanto faticosamente costruito, non bisogna tornare indietro sul lavoro fatto», come afferma l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, custode della grande coalizione che vuole portare avanti le riforme tanto care al primo ministro: buona parte del PD, Ncd, Scelta Civica e un gran parte parlamentari del gruppo misto. Dunque giorno 27 aprile la legge elettorale (valida solo per la Camera) in aula si voterà, probabilmente con il peso dell’ennesima fiducia; dopo tutto nemmeno l’attuale Presidente della Repubblica sembrerebbe aver dato il proprio assenso «nulla lo vieta, dunque…».  Se approvato, l’Italicum rappresenterebbe un’altra arma nelle mani di Renzi che, seppur abbia sempre precisato di voler andare avanti fino al 2018, sa bene che la minaccia del voto anticipato fa sempre un certo effetto nei confronti dei democratici dissidenti. «Questa vostra fissazione che io vorrei andare al voto non esiste, mettetevelo in testa», afferma un premier sicuro della propria forza e della scarsa capacità offensiva dei suoi oppositori, non ancora in grado di fronteggiare il «Partito della Nazione» alle urne. Calcolo dopo calcolo Renzi sa benissimo che, per quanto lacerato, il partito è ancora saldamente nelle proprie mani e con un voto di fiducia, pochi tenteranno di boicottare davvero il governo. Se la legge poi dovesse proseguire il proprio iter senza intoppi, da maggio in poi, l’unica carta per contare qualcosa sarebbe quella di non sottostare alla fiducia ed uscire infine dal partito, senza però la sicurezza di un posto in parlamento.

Cosa chiedono le opposizioni?

Oltre alla minoranza PD, il fronte antigovernativo conta il sostegno di Forza Italia, MoVimento 5 stelle, Lega Nord e Sel. Se per Sel questa legge elettorale appare assolutamente inaccettabile, tanto che i vendoliani lo chiamano il «sovieticum», per M5S e Forza Italia il testo può ancora essere modificato: per i primi il nodo centrale è quello delle preferenze, mentre per i secondi è il premio di maggioranza da assegnarsi alla coalizione anziché alla lista. Tuttavia il fronte non sembra preoccupare granché Renzi dato che la riforma costituzionale, nonostante la fine del «patto del nazareno», è passata con 357 sì, 7 astenuti e appena 127 contrari. Oggi per altro i numeri appaiono ancora favorevoli al governo che conta di poter ottenere ben 390 sì, seppur i renziani tolgono dal conto una trentina di voti che potrebbero uscire dalla linea del partito, nonché qualche astenuto. Tuttavia, numeri non ancora in grado di fermare i piani dei «riformisti».

Il fronte delle riforme dunque non intende più discutere di modifiche alla legge elettorale ed apre alla discussione sulla riforma costituzionale, dove non esiste alcuna blindatura. Ma la minoranza interna non vuole indietreggiare e tra chi chiede le preferenze e chi il ballottaggio di coalizione, gli oltranzisti iniziano a contarsi per capire se c’è ancora qualche possibilità. Di certo a forzare la mano c’è il capogruppo Roberto Speranza, che con le sue 80 firme contro la legge elettorale ha scommesso la propria credibilità politica e quindi riunendo «Area Riformista» ha deciso che alla direzione voterà contro l’Italicum se Renzi non accoglierà le modifiche proposte dal gruppo. Da notare comunque, che molti esponenti della minoranza hanno deciso di farsi sostituire per evitare di votare, almeno formalmente, contro la linea maggioritaria.

Forza Italia, M5S e minoranza democratica sembrano dunque stare, per una volta, dalla stessa parte e compatti potrebbero votare contro la riforma. Soprattutto se non ci sarà la fiducia, emendamenti e voti sarebbero segreti e nel voto segreto molti «franchi tiratori» potrebbero scoccare le loro ultime frecce contro Renzi. Secondo Brunetta addirittura «cento deputati Pd diranno no all’Italicum, un pericolo della democrazia», che venga o meno posta la fiducia. I renziani non ci credono e tengono fede ai propri numeri, convinti che in fin dei conti, le richieste della minoranza siano finalizzate ad ottenere la possibilità di saltare sul carro del vincintore, almeno al secondo turno.

L’atto finale di questa guerra parlamentare, è appena cominciato.

Antonio Sciuto

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