Siamo nel ventunesimo secolo, periodo ricco di innovazioni, di fortuna e di sviluppo, eppure se apriamo a caso una pagina del Canzoniere o della Divina Commedia siamo perfettamente in grado di leggere e comprendere il testo scritto. Magari abbiamo bisogno di uno studio approfondito per comprendere il significato allegorico celato tra le righe, ma grammaticalmente parlando la nostra lingua non può dirsi rivoluzionata come ad esempio è successo per gli inglesi che si ritrovano in grandissima difficoltà nella comprensione di testi come quelli di Shakespeare.
Tutto ciò ha una spiegazione più che valida.
Prima con l’ampia anticipazione di Dante, poi con la venuta dei linguisti del Cinquecento, la lingua italiana è stata causa di dibattiti tra i più noti studiosi divisi in due filoni paralleli: coloro che volevano una lingua “giovane” capace di trasformare il fiorentino parlato in lingua nazionale, e i conservatori che invece si impuntavano sulla tradizionale lingua latina, che è stata capace di diventar la solida base di un impero e creare una cultura di un’importanza non indifferente. Con l’andare avanti degli anni Pietro Bembo cercò un compromesso, una lingua “cortese” che si basava sul fiorentino scritto di Petrarca e sull’introduzione del Decameron boccaccesco. Si trattava di elevare la lingua italiana tramite latinismi e soavi metafore, ma in questo modo si andò creando una forte diglossia perché era impossibile per tutti parlare imitando questi scritti. Ecco quindi che l’italiano ritorna all’epoca delle Tre Corone mentre invece le altre lingue nazionali si sviluppavano diversamente.
In questo clima particolare nacquero varie correnti che reagirono alle pretese dei filologi e linguisti e si formarono lingue assurde che evidenziavano la confusione e il senso di ribellione che albergava negli italiani, tra queste il macaronico e il polifilesco. Quest’ultimo detto anche pedantesco non ha un intento comico e nobilita il volgare letterario con il latino. Il macaronico invece è un linguaggio poetico di genere comico nato come divertimento nell’ambiente universitario padovano, alla fine del Quattrocento. È caratterizzato dalla latinizzazione parodica di parole volgari oppure dalla deformazione dialettale di parole latine. Nasce così un contrasto che permette particolari effetti d’arte, il risultato può sembrare una sorte di errore che non è dovuto all’incompetenza dello scrittore, al contrario bisogna avere un importante bagaglio culturale linguistico per creare un’intera opera in questo modo.
Lo scrittore che più si dilettò in questo frangente è Teofilo Folengo, nato nei primi anni del Cinquecento e famoso per l’”Orlandino”, un poema in ottave di otto canti che si posiziona nella scia dei testi nati in onore del paladino Orlando e la grande opera di Boiardo. Ma Orlando nasce solo nel settimo capitolo e l’opera finisce dopo solo qualche primo passo verso la vera vita. Folengo si mostra esausto, disprezzato, irto e volgare. Cambia completamente rotta da quando si appassiona al macaronico, un modo per esprimere ilarità tramite il latinus grossus (sgrammaticato) e creare una pungente analisi sociale, ben celata dalla comicità del linguaggio.
L’opera che mantiene inalterato il marchio di questo importante cultore della lingua è il Baldus, un poema epico-cavalleresco in esametri classici e appunto in linguaggio maccheronico. Ha come modello l’Eneide, riproposta e stravolta completamente. L’intera vicenda è presentata come il racconto di un certo Merlin Cocai , un poeta che diventa l’alter ego dello scrittore, un uomo scapestrato che al di fuori di ogni regola sociale, non laico e non frate , tra miseria e dispregio, si abbrutì, divenne cinico, sfrontato e volgare. La società diventa una nemica, un essere da combattere con asprezza e satira. L’introduzione rivoluziona completamente la tradizione. Se da un lato infatti ritroviamo la classica invocazione alle muse, dall’altro si apre uno scenario goliardico e scioccante, in cui le ispiratrici poetiche dolci e soavi sono tramutate in donne delle cuoche pingui, panciute e imbrattate di grasso, che vivono in un Parnaso fra montagne di burro e laghi di zuppe. Il primo verso di apre con la parola “fantasia” che riporta al significato di “ispirazione, idea, capriccio” allontanando così il significato serioso del testo in modo graduale. La fantasia si allaccia all’iperbole che domina incontrastata in tutto il poema, collegandosi anche al terrore, alla paura dell’inferno preannunciato per evidenziare la straordinaria figura di Balbo, un ragazzo cresciuto con la madre e alcuni amici di famiglia, che avrà alti e bassi a causa di una banda di giovani farabutti, il carcere, un naufragio e, infine, la catabasi.
L’intera vicenda sembra esser stata ispirata dalle Muse prima descritte, particolari anche per i nomi comuni delle campagne lombarde, che ispirano il poeta imboccandolo e rimpizzandolo di cibo. Il topos diventa quindi il Paese della Cuccagna, un luogo mistico sognato ed agognato dai contadini dell’epoca perché costretti alla fame per la complicata situazione economica del tempo. La popolazione immaginava quindi questo lucus amenus abbondante di cibo. Tutto il poema ruota quindi intorno il tema del “maccherone” un particolare tipo di gnocco con cui Folengo immagina di essere ingozzato dalle Muse e che è il pretesto da cui nasce tutta la sua poesia.
Altre macheronee sono la Zanitonella e la Moscheide entrambe intrise di inventività linguistica e fantastica, e con temi riguardanti la materia, il degrado, l’istinto, la follia e il carnevalesco, il pianto e il riso. Sono opere in cui la visione riprovevole di una società animata da scontri tra Francia e Italia si riducono in uno scontro tra mosche e formiche, dando vita ancora ad iperboli di difficile comprendonio ma che vogliono essere testimonianza di una profonda denuncia, specchio di un popolo stanco e demotivato.

Alessia Sicuro

CONDIVIDI
Articolo precedenteMetro Goldwyn Mayer, a 91 anni dalla nascita
Articolo successivoRegionali in Campania: Area Popolare si spacca
Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.