L’Italia ipocrita salva chi tortura e condanna chi scrive su facebook

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Il "brainch" della domenica: L'Italia ipocrita che salva chi tortura e condanna chi scrive su facebook

È giusto sospendere o licenziare qualcuno per ciò che scrive su facebook (esprimendo, dunque, un’opinione libera e personale)?

Sembrerebbe di sì, almeno stando a quanto accade in Italia – e non solo – da un po’ di tempo a questa parte. Il dilagare dei social network e la sovraesposizione mediatica che ne deriva ha non solo polarizzato l’espressione individuale e collettiva verso canali fino a un decennio fa sconosciuti, ma la ha a tal punto canalizzata da trasformare e ridefinire completamente il rapporto tra media e pubblico, tra rappresentanti e rappresentati.

Brainch
Autrice: Laura Arena

I social network sono diventati dei veri e propri corpi intermedi, aggregatori di istanze e categorie sociali e professionali, laddove il tradizionale ruolo svolto ad esempio dai sindacati è venuto col tempo a disperdersi e a conservare una valenza di facciata.

E lo so che anche voi fate lo stesso, cari lettori, lasciando in custodia i passaggi più significativi della vostra vita ad una bacheca o ad un profilo. Nulla di grave, finché non si cade nell’eccesso.

Perché l’eccesso, è risaputo, non giova mai a nessuno.

È il caso di Fabio Tortosa, poliziotto di quella sciagurata notte del 2001 alla Diaz, a Genova. La notte della vergogna mai redenta, nonostante le pene e le condanne inflitte. La notte che ripiombò l’Italia nelle violenze di regime, umiliando la debolezza a colpi di manganello e contaminando col sangue la presenza nobile e feroce dei moralisti. Quella notte alla Diaz fu tortura, ma a dirlo è stata la Corte Europea di Strasburgo il 7 aprile 2015; non l’Italia ipocrita e volgare, abituata a ripiegare su contentini dell’ultimo minuto per salvaguardare il sonno pasciuto dei benpensanti.

Fabio Tortosa ci è cascato, e su facebook ha scritto che “lui c’era, e ci sarebbe tornato mille e mille volte”. Il capo della polizia, Pansa, l’ha sospeso dal servizio con stipendio dimezzato, affrettandosi a rassicurare tutti. Bene, d’accordo, tutto a posto, evviva.

Oppure no? Pensate alla valenza di un semplice post. Quello che dovrebbe essere uno sfogo personale, per quanto aperto al pubblico, diventa una singolar tenzone tra ministri e segretari, tra i soliti servi di cui non faccio i nomi perché altrimenti dite che li perseguito e i professoroni dallo svenimento facile. Peccato che nessuno si sia scandalizzato, in questi quattordici anni, per l’assenza di un reato che contemplasse la tortura nel nostro ordinamento giuridico.

Eppure, a sollevare un polverone per un post su facebook ci sono voluti quattordici secondi. Ne sa qualcosa anche un collega di Tortosa, Antonio Adornato del reparto mobile di Cagliari, che per aver apprezzato con un “mi piace” quelle frasi sciagurate è finito sospeso pure lui.

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Il post incriminato di Fabio Tortosa

Sono d’accordo, che non si possa fare un uso così dissennato di un mezzo comunicativo quale un social network, soprattutto quando si ricoprono incarichi di un certo rilievo e si rappresenta, in modo diretto o indiretto, qualcuno o qualcosa: Tortosa è un poliziotto e non può certo sbilanciarsi in maniera così deprecabile mettendo a repentaglio la già precaria immagine della polizia italiana; del resto, il soggetto era già noto per aver scritto “Carlo Giuliani fa schifo e fa schifo anche ai vermi sottoterra”, per cui che fosse un fanatico esaltato e pure fascista lo si era già capito.

Eppure, per quanto mi faccia ribrezzo l’idea di dover quasi difendere un megalomane coi deliri d’onnipotenza, l’idea di dover giudicare le persone in base a quel che postano piuttosto che quel che compiono mi fa ancora più ribrezzo. Si tratta di onestà intellettuale, a dirla tutta: quella che in Italia è sempre venuta dopo il quieto vivere e la parata di culo.

Pertanto, se da un lato è giusto imporre moderazione e buonsenso, perché del resto si può anche campare benissimo evitando di spiattellare ogni cosa su facebook, dall’altro vorrei riscontrare, quantomeno, la medesima indignazione verso le reali mancanze della nostra democrazia: che vanno ben oltre lo spietato fanatismo dei singoli e si palesano soltanto a ondate emotive, manipolate dall’attualità di una moda e mai da un’esigenza di civiltà e progresso.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli

ilbrainch@liberopensiero.eu

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