Legge Severino e De Luca: ecco come stanno le cose

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Il 6 novembre 2012 è stata promulgata una norma, nota anche come Legge Severino, volta a prevenire e reprimere la corruzione e l’illegalità nella pubblica amministrazione.

Il provvedimento non poteva essere più rimandato, anche in considerazione dei dati emersi da studi approfonditi svolti dall’Unione Europea, che scoprivano non soltanto un alto grado di corruzione nel nostro Paese, ma anche come il fenomeno stesse procurando un grave danno alle casse dello Stato.

Il testo della legge presentava un contenuto di carattere programmativo, ancorché di immediata entrata in vigore, e conferiva sette deleghe al governo al fine di redigere specifiche misure preventive e repressive della corruzione nella P.A., tre delle quali sono decadute. Le rimanenti quattro sono state attuate mediante altrettanti decreti legislativi, emanati fra il dicembre 2012 e l’aprile dell’anno successivo.

Uno dei temi più delicati, la cui disciplina era particolarmente sentita sia dal legislatore che dall’opinione pubblica, era quello dell’incandidabilità a tutte le cariche pubbliche elettive – e il conseguente divieto di ricoprire altre cariche, come quelle di presidente e componente del consiglio di amministrazione di consorzi, dei consigli e delle giunte comunali – dei condannati per reati non colposi.

Sul punto, la risposta del Consiglio dei Ministri non si era fatta attendere, e il 6 dicembre 2012 veniva emanato il “Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190”.

Il decreto non poteva essere più chiaro, e la strada per la posizione di un freno a determinate pratiche illecite sembrava essere finalmente tracciata. Negli anni, a dire il vero, non sono mancate esclusioni eccellenti, sulla base di pronunce giudiziarie di condanna.

L’ultimo caso a conquistare gli onori della cronaca è quello di Vincenzo De Luca, già sindaco di Salerno, fresco di vittoria alle primarie del Partito Democratico campano, indette in vista delle elezione regionali del prossimo 31 maggio, all’esito delle quali si conoscerà il nuovo governatore della Campania.

Già all’indomani di quella tornata elettorale, gli avversari di De Luca avevano energicamente espresso tutte le loro perplessità in merito alla questione, invocando un rispetto delle regole che, a questo punto, potrebbe non esserci. Perché tutto questo bailamme intorno alla figura dell’Onorevole De Luca? Per via di una condanna in primo grado non definitiva a un anno di reclusione per il reato di abuso d’ufficio, emessa lo scorso gennaio dai giudici della seconda sezione penale del tribunale di Salerno, insieme con la pena accessoria dell’interdizione per un anno dai pubblici uffici.

Cosa succederà adesso? In primis, ci saranno delle elezioni, a cui non è detto che debba vincere proprio De Luca, che verrà contrapposto a Salvatore Vozza, candidato della Sinistra, a Valeria Ciarambino del M5S e non ultimo a Stefano Caldoro di Forza Italia, attuale Presidente della Regione Campania. Qualora dovesse trionfare l’esponente del PD, tuttavia, la sua decadenza dalla carica appena ottenuta sarebbe automatica, in base all’articolo 8, comma 1 del Decreto Legislativo n. 235/2012.

Seguendo le orme di un altro sindaco campano, il napoletano Luigi De Magistris, una volta compiutosi il suo destino giuridico, De Luca potrebbe ricorrere al TAR, tribunale competente per le questioni di diritto amministrativo, il quale potrebbe, proprio come nel caso di De Magistris, concedere una sospensiva, permettendo, in linea teorica, la permanenza in carica dell’eletto.

C’è tuttavia un però, un importante distinguo fra il caso del Comune di Napoli e quello della Regione campana. Nei comuni esiste un Vice Sindaco che può supplire ad un Sindaco decaduto, anche momentaneamente. Così non è per la Regione, all’interno della quale non è prevista una figura di Vice Governatore, di modo che un’eventuale decadenza del Governatore trascinerebbe con lui l’intero consiglio regionale. Nel caso di specie, se De Luca dovesse vincere e poi decadere si tornerebbe subito a votare, con tutto quel che ne consegue in termini politici ed economici.

Ma non è finita qui, perché a detta della Procura Generale della Corte di Cassazione, che si è affermativamente pronunciata sulla fondatezza del ricorso presentato dal Movimento difesa cittadino nell’ambito della vicenda De Magistris, il Tar non ha giurisdizione sugli atti di sospensione di amministratori in base alla legge Severino.

La soluzione, al vaglio delle Sezioni Unite della Cassazione in qualità di giudicanti, risiederebbe nella possibilità di devolvere al giudice ordinario – anziché al TAR e al Consiglio di Stato – le controversie concernenti l’ineleggibilità, la decadenza e l’incompatibilità in materia di contenzioso elettorale aministrativo.

La trattazione del caso si avrà il 26 maggio, poco prima delle elezioni in Campania, il che rende l’intera vincenda ancora più ingarbugliata e aperta a diverse soluzioni. I dibattiti di questi giorni hanno dunque preso di mira l’essenza stessa della legge Severino – che, ironia della sorte, era stata caldeggiata proprio dal Partito Democratico – ritenuta dai suoi detrattori troppo rigida e severa.

Da un punto di vista giuridico, si aspettano le conclusioni della Corte Costituzionale, chiamata a decidere sulle eccezioni di incostituzionalità sollevate dal TAR sulla vincenda del Comune di Napoli. Ma anche, come detto, della Corte di Cassazione, la quale potrebbe sparigliare le carte con una pronuncia sul regolamento provendivo di giurisdizione, stimolata in tal senso dalla Procura Generale.

Sul fronte politico, invece, si invoca la modifica di una legge ritenuta troppo limitante per una certa categoria di candidati, coloro i quali hanno subito una sentenza di condanna per reati non colposi, che non potrebbero più ricoprire cariche elettive e di Governo.

La cronaca di questi giorni offre un squarcio di vita politica piuttosto eloquente, e, ad avviso di chi scrive, non particolarmente edificante.

Senza scomodare locuzioni come leggi ad personam e giustizia ad orologeria, negli ultimi tempi ripetute in maniera anche un po’ “pappagallesca” dagli opinionisti dello Stivale, non si può non stigmatizzare l’intenzione di una parte della politica di ritornare sui propri passi, in tal modo sconfessando una norma che solo pochi mesi fa appariva come fortemente voluta da fazioni anche in contrapposizione fra loro, ma teoricamente unite nel perseguimento dell’interesse della comunità.

I cittadini, la cui affluenza sempre più bassa in cabina elettorale denota un progressivo quanto evidente disinteresse alla politica, rimangono alla finestra. A molti di loro, probabilmente, importa più che l’incarico di Governatore sia ricoperto da una persona capace e che faccia il bene della Campania, a prescindere dal colore politico e, forse, dai precedenti giudiziari.

A nostro avviso, quel che colpisce è piuttosto lo sfondo a tutta la diatriba, fatto di spacconate, autosmentite e possibilismi. Elementi che, pur facenti parte del gioco della politica, hanno il principale effetto di dare un messaggio di preoccupante inaffidabilità dell’intero sistema.

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