“Questo è un libro di misteri, sono misteri profondi e così intensi che non vengono svelati neppure quando se ne è conclusa la lettura.”

Recita in questo modo l’incipit di “Il Piccolo Principe”, il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, un libro che vuole essere semplice e lineare, ma che poi nasconde un’allegoria capace di aprirti il cuore. Con la sua teoria pascoliana lo scrittore francese mette in scena una particolare vicenda di cui i protagonisti: un principino, una rosa, pianeti e asteroidi con bizzarri abitanti, un aviatore, un serpente. Pochi ingredienti per raggiunge l’eccellenza delle miscele: la chiave della felicità.

Sin dall’età classica abbiamo esempi e modelli di opere che vogliono suggerirci un modello di vita da seguire per renderci sereni, appagati, soddisfatti.

La vita è un mix d’affanni, dolori, ansie, una ruota panoramica con i suoi alti e bassi da cui non possiamo sottrarci, o forse non vogliamo. Gli stoici ci suggeriscono una prima soluzione: niente affanni né sofferenze, solo una strada da seguire, quella dell’atarassia. Forse seguendo il modus vivendi senechiano riusciremo tutti ad acquistare almeno un quarto della sua saggezza, ma poi subentrano le emozioni, il fatto che rinunciarvi ci rende un po’ come robot e l’uomo senza luci ed ombre non è degno di esser tale.

Ci dicono quindi di rinunciare a quest’assurdo piano e di provare qualsiasi cosa, abbandonarsi al Carpe diem ma con moderazione. Subentra così Orazio che, nel 17 a. C., inneggia la cura di ogni male, delle delusioni e dell’infelicità: la mediocritas. La felicità sta nelle piccole cose, l’importante è coglierle, assaporarle, ma l’uomo non può abbandonarsi così ai piaceri, deve contenersi, non esagerare, provare tutto ma sapersi fermare.

Ma si può definire questa felicità?

Mantenere perennemente il controllo e non lasciarsi mai andare porta ad una tensione tale da creare una vera e propria ansia repressa, non di certo una sensazione di pace e tranquillità.
A peggiorare la situazione sarà Leopardi che identificherà quegli attimi unici da cogliere in fugaci momenti di piacere tragicamente limitati. La felicità sta ora nell’attesa del raggiungimento di quel piacere, un continuo crescendo di sensazioni e di desideri che, una volta raggiunti, ci riportano al punto di partenza, con un nuovo obiettivo e col cuore pieno di rancore. Questo succede perché per natura l’uomo non si accontenta mai, se desidera la domenica sarà felice il sabato e poi si proietta dritto al lunedì. La felicità è quindi un’illusione, un qualcosa di effimero e di onirico: anche nel giorno più bello ci sarà un qualcosa che ci preoccupa, che può intaccare il nostro buonumore e farci vedere per quel che siamo,insoddisfatti del mondo.
Leopardi sfocia così in quel pessimismo cosmico che ci deprimeva tanto tra i banchi di scuola, un vicolo cieco che lo ha tenuto in disparte dal resto della società per anni e anni.

Ritornando ad Exupéry possiamo identificare questo malessere e questa continua frustrazione nei personaggi che il Piccolo Principe incontra durante il suo viaggio, una sorta di giro al museo dei caratteri umani, o meglio, degli adulti.
In questo modo il re solo e triste cerca disperatamente un suddito, per il solo piacere di governare su qualcuno.
L’uomo d’affari sazia compulsivamente la sua avarizia “comprando stelle”.
Il vanitoso cerca disperatamente complimenti negli altri, perché questa è l’unica sensazione che gli dia realmente piacere.
L’ubriacone beve. “Perché?” vi chiederete e voi, come anche il protagonista. “Perché ho vergogna di bere” è la sua risposta.
Si fa spazio in questo modo il concetto di infelicità, il volere sempre di più ma non ottenere, fino a sfociare nella patologia, ad una condizione che da l’illusione di benessere ma che, nel contempo, ti uccide da dentro.

Ma quasi alla fine della sua vita anche Leopardi maturò tanto da trovare la sua ginestra gialla, la sua speranza: la solidarietà.

Il pascoliano Exupéry veste di questo pregio il suo piccolo protagonista, un principino capace di guardare il mondo con le lenti della bontà e della gentilezza; che è felice per aver dedicato del tempo alla sua rosa rendendola speciale e diversa dalle altre; che ascolta le vicende degli adulti e non ne capisce il senso; che ha capito il significato di amicizia e di altruismo e cerca di renderci partecipi.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”

continua a ripetere mentre addomestica la volpe e piange per doverla lasciare e mentre, affezionatosi all’aviatore, gli dice addio, un addio straziante perché il suo piccolo cuore non può nulla sulla terra. Il corpo è solo materia, è solo un involucro: un morso di serpente e raggiunge il suo locus amenus pieno di nuove conoscenze, del colore del grano e di stelle che risuonano come carrucole di pozzi.

Forse la felicità è davvero solo questo, l’ingenuità e la spensieratezza e quindi non deve essere ricercata.
Forse dobbiamo pretendere solo meno da noi stessi e dal mondo, rispolverare quel meraviglioso che da bambini ci rendeva unici e curiosi e allontanarci dal nostro pessimismo cosmico.

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

1 COMMENTO

  1. Felice e’ colui che si rende conto del proprio bisogno spirituale e lo soddisfa. Felice e’ colui che ama gli altri come se stesso, aprendo le porte del suo cuore e della sua mente. Felice e’. Chi ha..è’ amore e imita Dio nel suo limite imperfetto.

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