Storia di un immigrato

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In questi giorni, un po’ per l’emergenza degli immigrati e un po’ per quest’Italia divisa tra chi sostiene il bisogno d’aiutarli e chi di rimandarli a casa, a me è venuta voglia di raccontare un passaggio della mia vita, che risale a circa otto anni fa. La vicenda che sto per raccontarvi mi ha insegnato non poco e ha per protagonista un immigrato. Credo si trattasse di un pakistano.

Era un caldissimo pomeriggio di luglio ed ero di ritorno dall’università. Mi trovavo nella stazione della circumvesuviana di Porta Nolana, a Napoli. Avevo sostenuto un esame senza credito ed ero arrabbiata come non mai per l’orario delle partenze. Rassegnata, m’infilai gli auricolari del mio mp3 e presi ad ascoltare Vasco Rossi, nell’attesa di tornarmene finalmente a casa. Dopo quasi un’ora, il tabellone luminoso annunciava il binario del mio treno e così m’incamminai per occupare posto. Il treno era quasi vuoto e scelsi un posto vicino al finestrino perché, durante il viaggio, mi piace pensare ad altre storie nella vita passa dai binari di un treno. A un certo punto, mi si avvicina un uomo, uno straniero, che mi fa uno strano gesto di permesso. Nonostante io stessi ascoltando musica, capisco cosa mi chiede, gli dico di sì e lui mi si siede di fronte. Non bado al fatto che il treno fosse mezzo vuoto perché da lì a poco il vagone inizia a riempirsi. Adiacente al mio posto, siede una donna.

Il treno finalmente parte. L’uomo mi fa ancora un gesto e di scatto io tolgo gli auricolari. Così, m’inizia a parlare e noto che sotto la sua sedia c’è un’enorme sacca verde militare. Ricordo perfettamente quegli occhi sorridenti che nascondevano chissà quale vita. Proprio quella sicurezza fece calare la mia difensiva e ammorbidire la mia possibilità di dialogo con quell’uomo sorridente che mi chiese: “Perché i tuoi occhi sono così tristi?”. Notai che il treno era abbastanza pieno e meravigliata ricambiai il sorriso, ma senza rispondere. L’uomo allora continuò: “Non devi pensare di non riuscire solo perché qualcosa è andato male. Tu hai qualcosa che gli altri non hanno e presto te ne accorgerai. Non pensare che la tua vita sia finita solo perché qualcuno non c’è più. Vedrai, conoscerai qualcuno con il quale potrai dividere la tua vita e solo allora sarai veramente felice”.

Chi prende solitamente quel tratto di circumvesuviana sa che da Porta Nolana a via Gianturco c’è una distanta di circa 5 minuti. Abbastanza perché quell’uomo mi parlasse e decidesse di regalarmi un portafortuna con l’augurio che tutto intorno a me, da lì a breve, si colorasse vivacemente. L’uomo mi saluta e con gli occhi sorridenti scende dal treno a via Gianturco. Ma, dimentica la sua sacca verde militare e io immediatamente cerco di passargliela dal finestrino. Quella sacca che sembrava enorme, mi diventa leggera tra le mani e riesce a passare immediatamente da quel minuscolo vetro, per la gioia di quell’uomo che mi ringrazia e mi dice che era sicuro gliel’avessi passata. La donna seduta vicino commenta : “Non meravigliarti di questo, forse gli angeli esistono davvero e, nel loro essere diversi, parlano una sola lingua!”.
Riprendo il mio posto e inizio a pensare a quell’uomo, che nel suo essere straniero parlava perfettamente l’italiano. Pensavo alle altre donne e agli altri uomini presenti nel vagone, che nelle loro indifferenze, aveva ascoltato tutto. Pensavo a cosa sarebbe successo se qualcun altro avesse scelto di sedermi di fronte, al posto di quell’uomo. Probabilmente non si sarebbe preoccupato nè dei miei occhi tristi nè della mia difensiva verso il mondo e le persone.

E’ trascorso molto tempo da allora. Di quell’incontro custodisco gelosamente il portafortuna. Ho un ricordo ancora vivo, bellissimo, che però in questi giorni di  tragedia, mi riempie il cuore di tristezza e di dolore. Era forse un angelo? Chissà. Io credo che i veri angeli siano nascosti tra la gente e non hanno né colore né lingua diversa: sanno però leggere nel cuore degli altri e forse solo chi è sensibile riesce a cogliere il senso e a testimoniare episodi di vita quotidiani come questo.

Anna Lisa Lo Sapio

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Nata in provincia di Napoli, 11/06/1983. E' Laureata in Scienze Politiche. Inizialmente, ha lavorato nell'area commerciale di alcune aziende ma ha presto capito che la sua strada non poteva avere a che fare solo con l'aspetto economico della vita. Amante della storia e appassionata dei segreti di Stato, ha realizzato studi e ricerche sulla società italiana durante gli anni di piombo e sui motivi che spingono l'uomo a commettere stragi e ribellioni contro altri uomini. Di se stessa dice : "Meglio vivere una verità difficile che una bugia comoda". Vive a Edimburgo. Per scriverle: losapio.annalisa@libero.it

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