Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono

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Passato il pomeriggio di studio, scorrevo la mia bacheca di Facebook, quando mi sono imbattuto in un video pubblicato da Il Fatto Quotidiano in cui un giornalista intervistava alcuni giovani passanti ponendogli due fondamentali questioni: «Cosa farai il 25 Aprile?» e «Credi che l’antifascismo sia ancora un valore?». Molte delle risposte sono spiazzanti, nonché imbarazzanti, soprattutto nell’anno del settantesimo anniversario del ricordo della Resistenzache ha riportato in Italia quei valori cancellati dal fascismo e cristallizzati dalla Costituzione. La gran parte degli intervistati o non sa che cosa significhi il 25 Aprile oppure non crede che sia ancor importante preservarne il ricordo, a tenerne fermi i valori. Perché sì, molti dei giovani hanno detto al giornalista che l’antifascismo non è più importante, che a loro della politica non importa nulla.

Ricordo che Piero Calamandrei, nel suo famoso discorso sulla Costituzione del 1955 all’Università degli Studi di Firenze, rivolto proprio ad una platea di giovani italiani diceva:

Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa
costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani
come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di
concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di
Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.
Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un
testamento, un testamento di centomila morti.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle
montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono
impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col
pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

Perché è proprio così, dietro la nostra costituzione, dietro la nascita dell’attuale Repubblica Italiana, non c’è soltanto un’assemblea politica, ma migliaia di italiani, tra cui molti giovani, che convinti ed uniti lottavano contro un regime illiberale ed antidemocratico. Ed è in quel 25 Aprile che si festeggia e si ricorda la rinascita di un’Italia orgogliosa di essere libera e democratica. E se è comprensibile la sfiducia e pure l’indifferenza nei confronti di una politica italiana che mostra spesso il proprio lato peggiore, al di là della presenza di tanti entusiasti ed onesti tenuti in piedi da quella passione civica che riesce a sopravvivere nonostante le delusioni, difficile è giustificare e capire la tranquillità con cui molti liquidano il 25 Aprile. Perché il 25 Aprile non è soltanto un giorno di ferie, un giorno in cui non si va a scuola, all’università o a lavoro, una scampagnata con gli amici o con la famiglia. Il 25 Aprile è una data fondamentale, una data in cui ricordare per cosa hanno combattuto i nostri nonni e bisnonni, una data in cui ricordare che è proprio l’ignoranza di quei valori che ha permesso al fascismo di proliferare. Il 25 Aprile è un’idea che dal 1945 ad oggi continua ad andare avanti, l’idea che la libertà non è una garanzia ma una conquista di tutti i giorni; l’idea che c’è ancora tanto da fare per costruire un’Italia che possa davvero essere libera ed eguale, l’idea che l’odio e l’intolleranza non devono più far parte del nostro vocabolario. L’idea che bisogna stare sempre in guardia perché il fascismo non è soltanto quello portato avanti da Benito Mussolini e dal Partito Nazionale Fascista, ma è ogni forma di oppressione, ogni forma di pensiero che nega l’altro, che vuole una società esclusiva e non inclusiva. Lottare per portare avanti le promesse della Resistenza, contenute nella nostra Costituzione, è un dovere di tutti noi, perché è più facile oggi dire «Alla politica non mi interesso», volevo vedervi settant’anni fa, quando l’impegno civico era l’unica speranza di quel cambiamento che poi, nel bene e nel male, si è realizzato. E quindi sì, di fronte a chi dice con indifferenza «Il 25 Aprile non lo sento mio» o peggio «Il 25 Aprile non so cosa sia» : io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Buon 25 Aprile a tutti, anche a chi non si interessa!

Antonio Sciuto

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