Lavoro: un diritto, ma soprattutto un dovere!

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Dall’inizio degli anni 2000 sentiamo parlare di “flessibilità”, “articolo 18”, “licenziamenti” ed altri termini che dovrebbero accompagnare il mondo dei lavoratori, fino all’ultima norma, il “jobs act”, tanto desiderata da Matteo Renzi. Ma come si è evoluto il diritto del lavoro in Italia e perché acquistano sempre più importanza nei dibattiti politici e legislativi?

La storia delle norme in materia inizia a fine Ottocento e, considerando che l’Italia conobbe la nascita di un Partito Socialista solo nel 1892, è facile intuire quali fossero le condizioni in cui versava la manodopera. Gli atti legislativi avevano il solo fine di evitare scontri sociali, anziché essere una presa di coscienza degli ambienti anti igienici in cui gli operai lavoravano.

I primi interventi normativi risalgono al 1886 attraverso la Legge di tutela del lavoro dei fanciulli negli opifici industriali, nelle cave e nelle miniere (L. 11 febbraio 1886, n. 3657) e a pochi giorni dopo attraverso il regio decreto a tutela del lavoro femminile, che provava a sostenere le fasce più deboli della popolazione per evitare principi rivoluzionari. In tal senso andava l’istituzione, seppur implicita in una norma del 1889, del diritto di sciopero, che aprì il periodo Giolitti: l’uomo che più di tutti seppe sfruttare le tensioni sociali per porsi come mediatore fra gli interessi borghesi e le istanze del ceto operaio.

A fine Ottocento nascono anche la Legge sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro (L. 12 marzo 1899, n. 30), e quella sulla sicurezza sul posto di lavoro.

La prima, in particolare, prevedeva un rimborso in caso di infortunio o morte ed è spesso erroneamente attribuita al fascismo, che svolse un’unica operazione: unire i molteplici istituti delle assicurazioni in  base al tipo lavoro in uno nazionale in un unico istituto: l’Inail (istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro).

Altro intervento importante del periodo fu l’approvazione del Codice Civile del ’42, che all’art. 2087 prevede “la tutela dell’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

L’articolo 1 recita “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. La sovranità spetta al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione” e l’articolo 3 sanciscono l’uguaglianza formale e sostanziale dinanzi alla legge attraverso l’unico elemento che possa dare una dignità sociale e politica, ossia il lavoro.

Grazie proprio al citato articolo 3, un genio dl diritto come Piero Calamandrei ottenne una storica vittoria in Sicilia.

Migliaia di disoccupati scioperavano perché non riuscivano a trovare occupazione. Ma come protestare? “Se al nord c’è occupazione e si protesta non lavorando, qui protesteremo lavorando”, dovette essere il pensiero dei Siciliani che, in maniera geniale, scioperarono lavorando e mettendo a nuovo alcune strade, creando non pochi disagi. L’organizzatore di questo sciopero alternativo fu Danilo Dolci, accusato di aver creato disordine pubblico, ma prosciolto da ogni accusa perché Calamandrei, membro dell’Assemblea che redasse la Carta Costituzionale, dimostrò che l’art. 4 della Costituzione prevede il lavoro sì come un diritto, ma anche come un dovere per il miglioramento sociale e come strumento di elevazione morale.

Storiche sono anche le lotte dei lavoratori degli anni ’68 e ’69 che portarono all’approvazione dello Statuto dei Lavoratori nel 1970. In quegli anni, quelli del boom economico, l’Italia cresceva a ritmi forsennati soprattutto grazie al lavoro nero e alle violazioni delle tutele dei lavoratori, ma la Magistratura costrinse gli imprenditori a rispettare tutte le normative vigenti attraverso un orientamento giurisprudenziale estremamente penalizzante per i trasgressori e salatissime multe.

Tralasciando l’abolizione della scala mobile in un San Valentino della prima metà degli anni ’80, le norme sui lavoratori hanno subìto grandi cambiamenti con la Legge Biagi e il jobs act, che hanno aumentato esponenzialmente la flessibilità. Risultato? L’Ocse ha stabilito che l’Italia è il Paese europeo che ha aumentato di più la mobilità lavorativa e meno il suo livello occupazionale a causa degli scarsi investimenti privati e pubblici. Ad oggi, la riforma del lavoro del Governo Renzi, invece, ha prodotto 13 contratti di lavoro in più su scala nazionale nel primo trimestre 2015 rispetto a quello del 2014.

Ferdinando Paciolla

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