Expo, violenza uccide ideale

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Expo

Per distogliervi dal superfluo errore di considerare l’inaugurazione dell’Expo come la protesta per protestare (fomentata dai cattivi antagonisti sociali detti black block), concentrerei l’attenzione su alcune parole chiave della filosofia anticapitalista: dissenso, rivoluzione, resistenza. Parole scontate? Eppure, filosoficamente parlando, vengono disseminate tra le ingiurie e le diffamazioni dell’ipocrisia di persone confuse, influenzate a loro volte da giornaletti completamente asserviti al capitalista di turno.

Il dissenso è un atto pratico. Dissentire vuol dire non solo rilegare di teoria un’opinione che ne contrasta, ne annulla e ne sminuisce un’altra. Dissentire consiste nell’esporre il proprio corpo ad un’azione complementare alla teoria che si è rilegata nella mente, rivoluzionare le circostanze laddove il sentimento del dissenso irradia di ragionevolezza e ragione. Rivoluzionare, per l’appunto, è quell’atto che prova a scatenare il cambiamento, verso un qualsiasi tipo di alternativa sociale, attraverso la prontezza dell’agire collettivamente per l’attuazione di idee, favorendo processi storici voluti e necessari, per il popolo. Ma ogni atto di rivoluzione, per non cessare nel baratro dell’utopia, ha bisogno di resistere alle intemperie, ai climi inclini alla vittoria, al passivismo che ignora la saggezza dell’esperienza per la sicurezza della monotonia. Resistere, è il dovere per non vanificare ciò che distruzione e saccheggio di prospettive migliori, hanno lentamente sovrastato per evitare che ci fossero classi antagoniste ai poteri predominanti.

Nel frattempo, la filosofia anticapitalista è ancora utopia, e assodato il punto in cui gli italiani non sanno nulla di storia, notiamo che il capitalismo aumenta gli stratagemmi mediatici e persuasivi con cui consentirne un’espansione completamente incontrastabile.

In fondo, le azioni attuate durante il corteo no-expo sono state perfettamente strumentalizzate dai media nostrani, quelli che spesso e volentieri spendono zero parole per le manifestazioni pacifiche. La verità è che non attendono notizie diverse dal puro scandalo e dalla disinformazione, anziché analizzare le caratteristiche e le situazioni paradossali contro cui si scagliano i movimenti sociali. Ed anche l’intero apparato statale ha colto l’assist per proporre l’immagine di un paese abitato da antagonisti, brutali e dementi personaggi che non meritano neanche cariche e sommosse, poco riconoscenti dell’impegno dei tanti volontari con cui è stato organizzato il grande evento universale! (D’altronde, le figuracce per il G8 sono cadute in tempo per far giocare d’astuzia il Ministro Alfano e, proprio come dice Saviano, “che grande scelta vincente”… O paraculata mediatica?)

Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels riflettevano sulla storia degli uomini, delle classi sociali sempre esistite e contrapposte come “vittime e carnefici” in un sistema di soggiogamento al denaro, ieri come adesso.

La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressi ed oppressori sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta.”

ExpoAd ora non abbiamo ancora ben chiaro tutti, che le vittime saremmo noi, che il proletariato esiste ancora e non sarà Renzi a cambiare le cose, c’è bisogno di organizzazione. Siamo proiettati in un conflitto sociale ma anziché dedurre che il nemico è il Capitale preferiamo urlarci contro come se la soluzione dovesse dipendere ancora da magistrati e istituzioni, che adesso dovranno categoricamente fare giustizia, punire i colpevoli. Vetrine rotte ed auto bruciate dovranno essere ripagate perché la rivoluzione sì, ci vuole, ma con educazione.

Meglio precisarlo, quest’articolo non inneggia ad incendiare auto di poveri cristi che l’avevano appena finita di pagare. Ma lo dedichiamo a tutti i predicatori di verità e giustizia, pronti ad incolpare il prossimo per difendersi quando il calderone dell’informazione punta il dito contro, nonostante #Siamotuttierrideluca e la Tav va sabotata. Manifestanti buonisti quanto ipocriti, perchè tanto non conoscevano Klodian Elezi, quello morto su un cantiere dell’Expo; gli stessi ipocriti che hanno preferito ripulire i palazzi monumentali dalle scritte dei vandali, anziché denunciare per le strade che una donna è rimasta ferita, proprio durante l’Expo!, nonostante avesse pagato un caro biglietto per partecipare all’esposizione universale, culmine dell’idiozia che ci beviamo la mattina a colazione grazie al tg5.

L’anticapitalismo esiste, come filosofia e come pratica, come moralità di chi ha a cuore i senza tetto, i senza lavoro, i senza diritti e i senza dignità. Ma è nel dna dell’italiano: passare il tempo a lamentarsi mentre l’orologio avanza. Il bel paese, più finto della plastica delle veline e più lacero delle vetrine milanesi assalite, dove sono tutti Charlie Hebdo quando la stampa urla per poi far morire Masaniello sotto casa fra i clacson e lo scoop dell’ultim’ora.

E se adesso Milano piange, e se l’Italia davvero contempla la stampa pronta a qualsiasi tipologia di futilità con cui stereotipare una protesta, svuotarla dai contenuti e criticare la  violenza come fine per cui si scende in piazza e non un mezzo con cui doversi liberare dall’oppressione, allora quest’Italia merita l’Expo come qualsiasi altra sciagura che avremmo potuto evitare ma su cui abbiamo preferito speculare.

Alessandra Mincone

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