Migranti e asilo politico: la nuova strategia della UE

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Per fare le rivoluzioni, a volte, non servono le armi. O forse sì, ma qui non stiamo parlando di moschetti o di forconi, ma di strumenti che possono rivelarsi ancora più potenti, se messe in pratica e condivise con buon senso e spirito costruttivo: le idee.

Una di queste è venuta in mente all’Unione Europea, accortasi con colpevole ritardo – ma si sa, in questi casi, meglio tardi che mai – della questione umanitaria collegata all’immigrazione clandestina.

Come tutti sanno, negli ultimi anni i flussi migratori verso l’Europa sono aumentanti a causa dei conflitti in Africa e Medio Oriente. La crisi siriana e la guerra civile in Libia hanno dato il colpo di grazia ad un sistema fuori controllo, permettendo ai trafficanti di esseri umani di portare avanti praticamente indisturbati, le loro attività criminose.

La strage dell’aprile scorso, quando sono morti oltre 800 profughi nel Canale di Sicilia, deve aver fatto aprire gli occhi alla Commissione Europea, che ha preparato un documento che, se approvato dai membri della UE, comporterà una radicale inversione di tendenza nella politica estera continentale.

La prima proposta è quella relativa all’obbligo, esteso a tutti i paesi, di accogliere chi sbarca sulle coste italiane o di qualunque altro paese rivierasco, mediante un sistema di quote di ripartizione fra tutti i membri dell’Unione, con espresso riferimento anche ai migranti già presenti in territorio europeo. L’obiettivo di questa norma è allegerire il carico umano dei richiedenti asilo, attualmente distribuiti fra i centri di accoglienza italiani e maltesi.

Si tratta senza dubbio di una previsione più equa e rispettosa degli sforzi del nostro paese di far fronte all’emergenza degli sbarchi, che in futuro potrebbe dunque essere ridistribuita fra i ventotto paesi UE. Fra gli obiettivi della Commissione c’è anche quello di combattere attivamente il fenomeno degli sbarchi clandestini, che costituisce il nodo della questione umanitaria.

La proposta di Bruxelles è quella di intercettare i barconi – anche in acque territoriali extracomunitarie – sequestrarli prima della partenza ed, eventualmente, affondarli. In questo senso, non verrebbero disdegnate delle vere e proprie missioni in territorio libico, con il dichiarato proposito di affondare le imbarcazioni degli scafisti, quasi come fossero navi da guerra.

Si tratta senza dubbio di un progetto ambizioso e forse non del tutto in linea con i principi di diritto internazionale, e tuttavia a questo proposito, il ministro degli Esteri italiano Gentiloni si è affrettato a specificare che l’uso della forza contro gli scafisti è espressamente previsto dal capitolo 7 della Carta dell’ONU, dedicato alle “azioni in difesa della pace, alle violazioni della pace ed agli altri atti di aggressione”.

La proposta dovrà essere oggetto di valutazione da parte degli Stati dell’UE, senza contare la quasi certa opposizione da parte degli Stati africani coinvolti, come la Libia, il cui ambasciatore all’ONU ha già fatto sapere di non essere d’accordo con l’idea degli interventi europei nelle sue acque territoriali.

Quasi a mitigare un approccio così aggressivo alla questione, la terza e ultima previsione in materia di politica estera da parte dell’Unione Europea risiede nella proposta di aiutare economicamente i paesi di origine e transito degli immigrati (praticamente tutta la parte settentrionale del continente africano), al fine di aumentare i controlli alle frontiere, con l’obiettivo dichiarato di intercettare i camion sui quali i migranti vengono stipati, in attesa di raggiungere i porti verso l’Europa.

Sin qui la proposta europea, caldeggiata dall’Italia e presto sottoposta anche all’ONU, con la speranza di ottenere una risoluzione che dia il via libera agli interventi contro i trafficanti di esseri umani. A prescindere dai tempi e dalle modalità di approvazione delle nuove misure – che potrebbero anche essere lunghi, dal momento che bisognerà mettere d’accordo i ventotto paesi dell’UE – l’Europa si è ufficialmente mossa per fronteggiare la straordinaria emergenza umanitaria degli ultimi tempi.

E’ questo il dato su cui riflettere e che, a nostro avviso, può far ben sperare in merito ad un primo tentativo di soluzione del problema. Già, perché in questi casi pensare di risolvere un’emergenza così grave è pressoché utopistico. Le ondate di migrazione dall’Africa e dal Medio Oriente, con il loro carico di povertà e disperazione, hanno messo l’Europa – forse non più opulenta come una volta ma senza dubbio ancora molto privilegiata rispetto alle regioni vicine – nella condizione di non poter più ignorare un problema così drammatico.

Come detto in apertura, le rivoluzioni non devono per forza disfare ciò che di buono è stato fatto in passato: dal punto di vista umanitario, i centri di accoglienza, le ONG e le associazioni di solidarietà hanno fatto tanto, forse più di quello che era lecito aspettarsi. Adesso una risposta dovrà arrivare dalle istituzioni, chiamate, nei mesi a venire, a meritarsi, con i fatti, il plauso che oggi la società civile tributa loro per essersi finalmente ricordate di un’emergenza così grande.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest'ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l'Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l'inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v'è rimedio. Per fortuna.

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