PIL e TTIP: Accordi e Disaccordi

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Secondo il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti l’obiettivo è di far interagire due mercati comportando la riduzione dei dazi doganali e rimuovendo in una vasta gamma di settori le barriere non tariffarie, cioè le differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard da applicare ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie. Ciò renderebbe possibile la libera circolazione delle merci, faciliterebbe il flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici.

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E’ tuttavia un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America e qualsiasi soggetto economico privato, se espropriato dei suoi attuali investimenti, avrebbe diritto a compensazioni a valore di mercato, aumentate di interesse composto. Sarà ammessa la libera circolazione dei lavoratori in tutte le nazioni firmatarie, ed è stato proposta l’ammissibilità, per i soggetti economici privati, di muovere azioni legali contro i governi in presenza di violazione dei diritti.

A conti fatti ci sarebbero delle eventuali conseguenze a tale tipo di rapporto ed è quello che hanno posto coloro che non la pensano come chi sostiene il rapporto: ad esempio, la campagna Stop Ttip Italia (di cui fanno parte decine di associazioni, sindacati, reti agricole) si appoggia a studi opposti, come quello della Tufts University del Massachussets, secondo cui ci sarà una perdita di 600mila posti di lavoro e un calo del reddito procapite tra i 165 e gli oltre 5mila euro in tutta Europa. Anche il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz sostiene che l’accordo “potrebbe rivelarsi molto negativo per l’Europa”, rischiando di approfondirne la recessione e garantendo “campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l’ambiente e la salute”.

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Il TTIP porterebbe grandi rivoluzioni in quanto si acconsentirebbe di vendere in paesi riceventi i prodotti provenienti da altri, ma ottenuti con leggi e regole del paese produttore, il cui pil ne sarebbe ovviamente beneficiario.

Oggi ad esempio molte leggi firmate e legali in altri paesi circa l’ottenimento di un prodotto alimentare non sarebbero legali in Italia e così via. Si avrebbe così la vendita in Italia di pollo igienizzato con il cloro, carne piena di antibiotici oppure “Gorgonzola” che, in realtà, viene dall’Illinois, inoltre si potranno importare in Italia prodotti ottenuti con molteplici sostanze chimiche ora illegali ma che non lo saranno più. Ciò comporterebbe due problemi: il primo e sicuramente il più importante è quello legato alla salute dei consumatori e il secondo di carattere economico, infatti ciò causerebbe un ulteriore danno alle imprese locali che operano nel prodotto tradizionale-tipico e probabilmente sulla spesa pubblica circa il sistema sanitario.
I vantaggi, per i consumatori, possono essere: più scelta di prodotti e servizi, prezzi più bassi, una maggiore cooperazione tra le agenzie di allerta rapido e tracciabilità di prodotti alimentari e non, di cui entrambi i Paesi avrebbero bisogno. Ad esempio, armonizzare le norme Ue agli standard Usa per l’immissione in commercio di dispositivi medici (valvole cardiache e protesi varie), inoltre potrebbe portare a un miglioramento per il Vecchio Continente, dove i controlli sulla sicurezza di questi prodotti sono relativamente carenti.
Insomma, se ci fosse un negoziato che punta ad armonizzare le regole verso il meglio ne avremmo tutti da guadagnare. Ma, nell’eventualità che ciò non accada, i rischi per i consumatori europei sono troppi: si lascerà che le piccole e medie imprese italiane vengano fagocitate dalle grandi multinazionali americane che sbarcheranno in Europa, si lascerà che le 1.328 sostanze chimiche vietate nei prodotti e nei cosmetici europei perché considerate nocive (contro le 11 proibite negli Usa) abbiano accesso al nostro mercato per fare un piacere alle imprese degli States, si lascerà che i nostri severi standard sulla protezione dei dati e sulla privacy facciano spazio alle regolamentazioni molto più blande a stelle e strisce. In tante cose siamo diversi. È chiaro che le forti lobby delle imprese americane stanno già premendo e premeranno ancora per non doversi adeguare a normative più stringenti, la nostra impressione è che, a causa della crisi, pur di aumentare punti di PIL e di chiudere le trattative al più presto, l’Europa possa essere disposta ad accettare qualsiasi accordo. I nostri politici e le nostre aziende si aspettano moltissimo dal Ttip e per ottenere, in queste situazioni – si sa – bisogna cedere.

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No agli ormoni nella carne. In Europa è proibito somministrare ormoni al bestiame per farlo crescere di più, perché mancano sufficienti studi circa la loro sicurezza. Negli Usa invece è ammesso l’uso di queste sostanze che riducono i tempi di allevamento e quindi fruttano moltissimo alle industrie.

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Meno antibiotici. Negli allevamenti americani gli antibiotici possono essere usati in dosi maggiori, anche per far crescere di più gli animali. In Europa i limiti sono più restrittivi e questi farmaci possono essere usati solo per proteggere il bestiame dalle malattie. Il problema legato agli antibiotici comunque sussiste: quello che sta succedendo è che usandone sempre di più negli allevamenti, i batteri diventano sempre più resistenti e questa resistenza può trasferirsi anche agli antibiotici usati per gli uomini, che perdono il loro effetto (25mila morti all’anno in Europa e 23mila negli Stati Uniti per problemi legati alla resistenza dei batteri).

Fonti:

Agroalimenti e dintorni

Marcello Cepollaro

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