Nigeria, la vita dopo Boko Haram

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Nigeria Boko Haram
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“Zaccaria finalmente è ritornato a sorridere”: così inizia l’articolo di stamattina pubblicato dal quotidiano francese Le Monde.

Maureen Grisot, inviato speciale a Yola in Nigeria, ha raccontato la storia commovente delle persone che sono state liberate da Boko Haram.

Il paese, infatti, è da tempo teatro dei violenti attacchi del gruppo terroristico capeggiato, dal 2010, da Abubakar Shekau sul quale pende una taglia di 7 milioni di dollari.

Le storie che il giornalista ha ascoltato provengono tutte dagli stessi luoghi e tutte cercano di rispondere alla seguente domanda: “È possibile rivivere dopo essere stati prigionieri di Boko Haram?”. All’ospedale di Yola, al momento, sono in cura i casi più disperati e, tra quelle stanze, sono state portati parte dei 275 donne e bambini liberati dall’esercito nigeriano a fine aprile. Altri, invece, sono stati accolti nel villaggio costruito vicino la frontiera con il Camerun. Lo stesso villaggio dove Zaccaria si è recato per cercare la sorella scomparsa: “Quando abbiamo visto i combattenti armati entrare nella nostra città abbiamo iniziato a scappare. Sapevamo benissimo che ci avrebbero sparato. Poi, hanno bruciato tutto”.

È in quel momento che il giovane ha perso di vista la sorella e il suo bambino, ritrovando entrambi mesi e mesi dopo in un centro medico di Yola. “Era lì, con il suo bambino tra le braccia. Non mi ha riconosciuto. Probabilmente è ancora scossa ed è malata”, ha raccontato il giovane. “Dal momento che l’ho vista viva, però, sono contento e dico grazie a Dio di averla ritrovata e di aver visto che è in compagnia del suo bambino”, ha concluso Zaccaria. Christian Macauley Sabu, studioso dei fenomeni psicosociali, spiega che questo comportamento adottato dalla ragazza non è un’anomalia, anzi. Si tratterebbe semplicemente di “lavaggio del cervello”, fa sapere. “I terroristi gli dicono continuamente che la loro famiglia, e tutto ciò che non è legato a Boko Haram, non è buono. E il loro Imam li converte all’Islam, anche se sono già  musulmani. Devono giurare fedeltà alla loro versione religiosa”.

“Dopo aver subito una tale pressione psicologica” – conclude lo studioso – “il cammino per ritornare alla normalità è lungo”. Molte donne continuano ad essere ossessionate dall’incubo dei loro rapitori. Tante hanno subito violenza sessuale e alcune sono persino ritornate incinte. Altre non sono riuscite a scappare dal cruento destino di diventare spose dei loro violentatori. Per questo, tante, restano per lungo tempo in silenzio, “incapaci di esprimersi”. La strada per rialzarsi è veramente lunga, fanno sapere gli esperti, che ogni mattina alle 10, nel campo fatto di capanne  e camere sporche, raggruppano donne e bambini per fare attività di gruppo. Queste storie devono far riflettere e aprire gli occhi a tutti quelli che pensano che la soluzione più opportuna, per combattere il fenomeno dell’immigrazione, sarebbe quella di rimandare queste persone indietro, tra le braccia del mostro dal quale scappano a costo della morte.

Giuseppe Ianniello

Immagine di copertina: childrenandarmedconflict

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