Il Senato USA blocca il TPP, mettendo a rischio anche il TTIP

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TPP

Prima battuta d’arresto per il negoziato super segreto riguardante gli accordi commerciali TPP e TTIP. In una confusa votazione del Senato, gli esponenti dell’area liberal del Partito Democratico (capeggiati dal senatore del Massachussets, Elizabeth Warren) hanno contribuito con la loro opposizione alla negazione della Trade Promotion Authority al Presidente degli Stati Uniti, Barack Hussein Obama, ed il suo capo negoziatore commerciale, l’ambasciatore Michael Froman. L’autorità richiesta era un presupposto necessario per la conclusione dei negoziati, i quali avrebbero prodotto un testo che poi sarebbe stato meramente ratificato dal Senato degli Stati Uniti.
Vengono così vanificate settimane di incontri diplomatici e pressioni lobbistiche, che avevano portato il Presidente ai quartieri generali della Nike, per assicurarsi che il colosso mondiale dello sportswear non approfittasse delle nuove libertà concessegli per ridurre la sua presenza negli US, e ad ospitare al Congresso il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe, che in uno storico discorso aveva sostenuto le ragioni del TPP (Trans Pacific Partnership) definendolo come una delle risposte agli elementi strutturali di caduta della produttività in Occidente.

Quindi a causa di un accordo commerciale tra 11 paesi dell’area pacifica (US, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Messico, Cile, Peru, Singapore, Vietnam, Brunei, Canada e Malesia) che porterebbe alla costituzione della più grande area di libero scambio del mondo, si è consumata la più grande crisi parlamentare della storia degli US, con la minoranza liberal che in ricezione delle istanze delle labor unions e dei piccoli produttori agricoli (terrorizzati dall’eventualità di nuove delocalizzazioni e dalla caduta delle tariffe che aprirebbero il mercato US ai produttori stranieri) ha schiaffeggiato il Presidente e rimandato a data da destinarsi la conclusione delle negoziazioni e la ratifica dei trattati.

Le conseguenze sul TTIP

Ritardo che sicuramente si estenderà al secondo accordo commerciale in fase di negoziazione, quello che rappresenterebbe uno dei grandi traguardi raggiunti dall’amministrazione Obama, il Transatlantic Trade and Investment Partnership, il cui scopo sarebbe l’integrazione del mercato dei beni e dei capitali europeo e americano, garantendo la libera circolazione dei lavoratori in tutte le nazioni firmatarie e, attraverso la temuta clausola ISDS (Investor-state dispute settlement), l’introduzione di un arbitrato internazionale che permetterebbe alle imprese di intentare cause per “perdita di profitto” contro uno dei paesi firmatari, qualora questi portasse avanti legislazioni potenzialmente nocive per quell’impresa.

Proprio quest’ultima clausola è quella che ha generato più timori e sospetti nell’opinione pubblica e nel panorama accademico, in quanto farebbe scaturire forti limitazioni all’intervento dello Stato nell’economia e nel campo dei diritti sociali, spingendo molti economisti a sostenere che le conseguenze del trattato sarebbero la disgregazione del tessuto sociale europea, l’aumento della disoccupazione ed un calo dei salari.


Marco Scaglione

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