Ayrton Senna da Silva: il cuore della semplicità

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Ayrton Senna
Ayrton Senna

Correre nelle strade dell’universo è il prezzo che Ayrton Senna da Silva ha pagato non essendo il personaggio che ogni suo agito sportivo avrebbe voluto. La grandezza di un Uomo, quale è stato, ha reso possibile l’immortalità che ha deciso di mostrarsi ventun anni fa: guardavo la tv e vedevo un autodromo di Imola stracolmo, miei connazionali in trepida attesa per assistere ad un Gran Premio in cui tu, Ayrton, eri il favorito numero uno. Essere stato scelto da un gentleman come Frank Williams significa aver mostrato il lato umano ancor prima delle doti sportive. La partenza, il tuo solito scatto unito alla perfezione della guida hanno dispensato emozioni. Si arriva al fatidico giro: rettilineo terminato, lo sterzo non risponde. La camera car immortala l’istante: Ayrton Senna da Silva non è più tra noi.

Ero un adolescente quando tu, mio eroe, riempivi i vuoti di una individualità chiusa in un corpo in cui immaginare è meno complesso che vivere. Guardavo te girare sulla Toleman e sfrecciare come un fulmine pensando che un giorno anch’io, essendo me stesso, sarei riuscito a realizzarmi. Cos’è la vita? È un soffio in cui ogni traguardo rappresenta il superamento del limite. Osservare un tuo sorpasso sotto la pioggia battente nel tempio dell’automobilismo, Montecarlo, risalta come una pennellata di Picasso; non avertene se oso paragonarti a chi non mi è simpatico: il grande artista ebbe, a mio avviso, la capacità di adattare se stesso a quel che il pubblico voleva, divenendo quel che era contro ogni senso pratico, nonché estetico, una volta raggiunta la ‘fama’. Pongo a te, Ayrton, una domanda: cos’è la fama, cosa rappresenta in un mondo iper moderno, a tal punto da risultare premoderno, dove per raggiungere il lecito ci si deve vendere e si sputa nel piatto ove si mangia o si è mangiato?

Il mondo iper moderno della tecnologia avrebbe permesso di dialogare con te oggi, ponendo in ridicolo chi dice di saper guidare quando invece è il computer, con la telemetria, a disegnare le linee della prestazione.
Quanto seminato da te rimarrà al pari di quanto ammirato da Enzo Ferrari. Ecco mio campione, avrei voluto vederti sul Cavallino Rampante. Era il sogno di un bambino che grazie a te non si sentiva solo e vagava – vagare significa cercare, essere disposti alla scoperta, non soltanto non avere approdi – cercando isole in cui permettere alla sua immaginazione di divenire parte attiva nelle giornate trascorse a giocare in solitudine. Sfrecciare su di una carrozzina e vedere che la sensazione di una curva, affrontata ad elevata velocità, poteva essere ‘vissuta’ come un duello con te, Cuore Brasiliano.

Non sei stato un personaggio, per questo ammiro la tua grande capacità di Uomo Semplice. Mentre scrivo guardo, con le lacrime agli occhi, le immagini che riportano i tuoi trionfi: ogni tuo trionfo è il trionfo di chi lotta ogni giorno. Oggi, dove tutto è legato all’apparenza, i tuoi insegnamenti riecheggiano come comandamenti: nessuna religione, nessuna ideologia, soltanto la volontà d’essere semplici. Chi scrive non ha un rapporto bello con la semplicità; rende complesso anche uno starnuto. Osservare te è contemplare una natura ove tutto è possibile. E pensare che i grandi li decreta la Storia: non sei semplicemente un Grande, sei stato – e sarai – Te Stesso, Ayrton.
Certo è difficile comprendere perché tu, da divo, non abbia lasciato amanti con figli o legami con la malavita; certamente in un paese dove vige il non senso, alcuni calciatori non sarebbero famosi, avendo la donna della porta accanto. Il tuo popolo ti ha amato perché hai saputo far sorridere senza fare scalpore. Ogni bandiera a scacchi è stata la vittoria di un intero popolo che in te si è riconosciuto.

Alfredo bambino, adolescente disabile riposto al cantuccio dai coetanei, con te, Ayrton, sognava. Mi insegnano che la fantasia deve corrispondere ai fatti: bene, immaginavo di scrivere, e le mie pubblicazioni rendono fattiva la fantasia, come quella di scrivere di te, Ayrton, mio eroe dallo sguardo di pantera celato sotto la rapacità di un’Aquila e l’istinto di un Black Mamba.
Dal Profondo del Mondo Immaginato.

Alfredo Vernacotola

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