Nell’ultimo verbale del Consiglio del Dipartimento del calcio femminile il Presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, al termine di una riunione avrebbe pronunciato la frase: «Basta! Non si può sempre parlare di dare i soldi a quattro lesbiche». Parole agghiaccianti e discriminatorie a danno di 12mila ragazze che nel nostro paese praticano uno sport che nell’ottica comune è considerato “da maschi”.

L’interessato avrebbe smentito in un’intervista alla Gazzetta dello Sport di aver fatto questa dichiarazione, ma a inchiodarlo c’è il verbale della riunione in cui la frase è stata messa nero su bianco. Ecco le sue parole a riguardo: «La frase è falsa, se fosse uscita dalla mia bocca sarebbe offensiva».

Il 17 maggio, Giornata mondiale contro l’omofobia, in tutti i campi di calcio femminile le partite sono state giocate con 15 minuti di ritardo in segno di protesta. «Siamo stanche dei luoghi comuni, siamo stanche di non essere valorizzate, ma solo criticate», hanno dichiarato le calciatrici italiane coinvolte nella vicenda.

Il 30 maggio, inoltre, nelle piazze italiane si terrà una manifestazione per dire basta alle discriminazioni e per spingere il sistema italiano a uniformarsi a quello europeo in cui le calciatrici ricevono maggiore considerazione e le società calcistiche femminili sono affiliate a quelle maschili. «Tutte le società con le calciatrici dei settori giovanili, regionali e nazionali – ha dichiarato Elisabetta Cortani, esponente del Dipartimento di calcio femminilesono invitate a contattarci per partecipare alla storica manifestazione di sabato 30 maggio, in tutte le principali città d’Italia e, in contemporanea, sotto la sede della FIGC a Roma, per supportare le parole del presidente Tavecchio che ancora oggi mi ha ribadito: “Questo è il momento giusto per portare a termine il mio progetto di sinergia con il calcio professionistico maschile, il massimo che si possa ottenere dal sistema sportivo”».

«Le regole devono cambiare. Alle atlete è negata la possibilità di fare qualsiasi tipo di sport a livello professionistico, perché la vecchissima legge 91 del 1981 non glielo permette», spiega Luisa Garribba Rizzitelli dell’associazione Assist, che dal 2000 si impegna per risollevare i disequilibri del mondo sportivo. «Per aiutare a eliminare questa discriminazione serve innanzitutto la consapevolezza delle atlete, parte attiva in questa battaglia. Ma tutte le donne devono mobilitarsi e chiedere una riforma della legge».
Non è solo questione di calcio, ma questione di donne, di stereotipi, di libertà femminile e di diritti calpestati. Lo sport non ha sesso: le nostre calciatrici esigono rispetto pari a quello riservato ai colleghi uomini.

Vincenzo Nicoletti

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