L’amore nel mito di Orfeo e Euridice

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Orfeo e Euridice

Il mito di Orfeo e Euridice è uno dei più amati nella storia della letteratura di tutti i tempi. Esso si diffuse nell’Antica Grecia del VI sec a.C. per poi essere rielaborato prima da Virgilio e Ovidio, poi da Poliziano che ne fece un’opera teatrale, fino a Pavese. Qualcuno si chiederà, vedendo come esso abbia attraversato le epoche, il perchè di questo successo, ebbene probabilmente la risposta è questa: perchè parla di un amore sconfinato, s’intende letteralmente “senza i confini” della vita e della morte e tra poco ne capiremo il senso.

Orfeo era un cantore di versi d’amore, e come avrebbe potuto non esserlo? Suo padre era Apollo, dio della Musica, e sua madre Calliope, dea del Canto. Si racconta che le sue canzoni fossero così belle che gli uccelli al suono di esse si fermassero e i pesci salissero in superfice. La sua sposa, Euridice, era una ninfa così bella che altri uomini provavano a corteggiarla; tra questi, il pastore Aristeo che un giorno vedendola bagnarsi in un laghetto cercò di farla sua. Lei per scampargli accidentalmente pestò una serpe così da morire poco dopo.

Orfeo e Euridice
“Orfeo e Euridice”, Tiziano

Orfeo, disperato, scende nell’Oltretomba e con la sua lira ammalia Caronte e Cerbero che altrimenti non lo avrebbero fatto avanzare, giungendo così alla sede degli Dei degli Inferi: Ade e Persefone.

Roberto Vecchioni nella canzone Euridice ci racconta i pensieri di Orfeo alla notizia della morte della donna e la sua discesa negli Inferi:

Lei aveva vent’anni e faceva l’amore e nei campi di maggio, da quando è partita, non cresce più un fiore… E canterò, tutte le mie canzoni canterò, con il cuore in gola canterò: e canterò la storia delle sue mani che erano passeri di mare, e gli occhi come incanti d’onde scivolanti ai bordi delle sere […] e canterò finché tu piangerai, e canterò finché tu perderai, e canterò finché tu scoppierai e me la ridarai indietro.

Gli Dei, commossi da quell’amore, gli concedono la grazia a patto che nella risalita Orfeo non si sarebbe dovuto mai voltare indietro a guardarla finchè non fossero usciti alla Luce. Così i due insieme a Ermes inviato lì per controllare che la promessa fosse mantenuta cominciano la risalita. L’impresa risultò più dura del previsto poiché Orfeo si domandava se Euridice davvero lo stesse seguendo e più di una volta fu sul punto di voltarsi. Virgilio nelle Georgiche ci narra cosa successe:

Ormai Orfeo e Euridice salivano a rivedere il cielo seguendolo alle spalle come Proserpina ordinava,  quando senza rimedio una follia improvvisa colse l’incauto amante,  perdonabile certo, se sapessero i Mani perdonare: ormai vicino alla luce, vinto da amore, la sua Euridice vi voltò incantato a guardare.  Così gettata al vento la fatica,  infranta la legge, si udì un fragore nelle paludi dell’Averno. E lei:”Ahimè, Orfeo, chi ci ha perduti? Quale follia? Di nuovo lo spietato destino indietro mi richiama e un sonno vela di morte i mei occhi smarriti. E ora addio: una notte fonda mi assorbe,  mentre le svigorite mani a te, ahi non più tua, io tendo” Disse e d’improvviso svanì nel nulla, e lei non potè vedere Orfeo che tentava d’afferrarne invano l’ombra e molte cose ancora voleva dire.

Orfeo e Euridice
“Orfeo, Ermes e Euridice” bassorilievo conservato al Museo Nazionale di Napoli

Orfeo si volta. A questo punto ci si chiede perché egli si sia voltato proprio quando stavano per salvarsi insieme. Ovidio nelle Metamorfosi ci conferma la tesi di Virgilio ossia che Orfeo si sia lasciato sopraffare dall’amore:

Ed Ella, morendo per la seconda volta, non si lamentò; e di che cosa avrebbe infatti dovuto lagnarsi se non d’essere troppo amata? Porse al marito l’estremo addio, che Orfeo a stento riuscì ad afferrare, e ripiombò di nuovo nel luogo donde s’era mossa.

Un’interpretazione diversa ce la da Cesare Pavese che in Dialoghi con Leucò scrive:

Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarc. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Ridicolo che dopo quel viaggio io mi voltassi per errore o per capriccio. Il mio destino non tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.

Orfeo e Euridice
Le Ninfe ritrovano la testa di Orfeo, J.W. Waterhouse

Pavese quindi ci dice che Orfeo si voltò consapevole che Euridice sarebbe tornata ai morti. Una visione alquanto malinconica come era lo stesso Pavese, e forse proprio per questo motivo rimane uno dei nostri più grandi scrittori del Novecento. Ma mettiamo da parte Pavese e continuiamo la storia: Orfeo è di nuovo solo, e soprattutto disperato tanto da lamentarsi per sette mesi; un giorno nel bosco viene adescato da alcune Baccanti che volevano possederlo. Vedendolo riluttante, esse lo fanno a pezzi e ne spargono i resti. La testa di Orfeo cade in un fiume ma la bocca continua a cantare il suo grande e immortale amore perduto, così come ci narra Virgilio:

Con la testa strappata dal corpo e la voce rappresa nella gola ‘Euridice’ chiamava, mentre l’anima fuggiva ‘mia Euridice’ e lungo tutto il fiume le rive ripetevano ‘Euridice’.

Maria Pisani

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Maria Pisani nasce a Napoli durante l'estate del 1993. Dopo aver conseguito il diploma presso il liceo socio-psico-pedagogico "A.Gentileschi", si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Federico II di Napoli. Laureanda in Lettere Moderne e aspirante insegnante di letteratura, ama l'arte, la mitologia, la musica italiana, e la sua città ma le piacerebbe visitare tutta l'Europa, la Russia e l'America latina.

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