“Democrazia” è sempre stato un bel concetto. Facile da utopizzare, un po’ meno da applicare. Da anni ormai si preferisce chiudere gli occhi e voltare il capo, rigurgitare l’amarezza in una chiacchiera da bar o su una bacheca di facebook. Ma un popolo che si allontana dalla politica non è mai sintomo di una democrazia in salute; e l’esempio dell’Italia che non ne vuol sapere più nulla è emblematico. Tante, davvero troppe le scene raccapriccianti a cui siamo stati esposti.

D’altronde, il ceto politico (e dirigente in generale) non ha mai brillato di particolare luce, qui nell’italico stivale, e la spaccatura tra cittadinanza e istituzioni non si è certo rinsaldata negli ultimi decenni, scavando anzi un solco via via più dirimente e inconciliabile tra l’esigenza di fornire una rappresentanza dignitosa – da una parte – e la sindrome da rigetto di una classe politica sempre più mediocre e indecorosa – dall’altra.

Nessuno ha intenzione di negarlo: la politica fa schifo, è funestata da miserevoli affaristi e si regge su meccanismi parassitari che hanno favorito lucrosi vantaggi per pochi e rovinosi drammi per tutti quanti gli altri.

Deponete pure le tastiere, adagiate l’indignazione per qualche minuto. Attraversiamo una contingenza storica che ci porta a guardare con nostalgia i tempi del pentapartito e delle Brigate Rosse, del cappello della NATO e di Tangentopoli: il che è tutto dire.

639144be0b509c6d34b6e17894fbb46fMa assodato quanto non si può contestare, occorre rendersi conto che la vita è fatta anche di concretezze e di pragmatismo, per cui mi chiedo: come intendiamo porre rimedio? Non certo con il disinteresse. L’uomo, il politikòn zôon di Aristotele, è appunto politico per sua stessa natura. Quando se ne allontana, si palesa con dirompenza il fallimento delle impalcature etiche e metodologiche su cui l’intera società si fonda.

Neppure con l’antipolitica si può ragionare di una soluzione: giacché la radice del problema cresce non nella politica in sé, quanto nella cattiva politica. Per intenderci, quella dei collusi, dei raccomandati, dei corrotti, dei condannati, degli speculatori.

Eppure, la convinzione che tutto sia già inesorabilmente scritto rappresenta la più classica delle “profezie che si auto-avverano”: poiché l’indifferenza generale è un tappeto rosso per la camorra, a cui è concessa facoltà d’appropriarsi del bene comune senza ostacoli di sorta, senza protesta o esitazione, senza correre alcun rischio.

“Non bisogna temere le parole dei violenti, ma il silenzio degli onesti”, insegnava Martin Luther King. Oggi, alla luce di quelle parole benedette dalla saggezza, diventa più che mai urgente ribadire a chiare lettere quanto sia importante rendersi vivi e partecipi nell’esercizio della democrazia come sancito dalla Costituzione che professiamo di voler difendere: il voto è un diritto e altresì un dovere civico.

In molti già ostentano con foga il loro astensionismo, come se ciò li rendesse superiori all’indistinto marciume sotteso nel processo elettivo. A costoro io dico: pigri e stolti, state legittimando quanto accade come e più dei delinquenti che ci hanno governato! Quanto è semplice scaricare le colpe sulla politica, dimenticandosi che essa non è altro che la proiezione del popolo che la nomina! Sappiate che è esattamente questo che sperano; perché la camorra ha gioco facile nell’infiltrarsi negli ambienti del potere, se non c’è nessuno a contrastare il meccanismo d’interessi e di denaro che ad ogni tornata elettorale viene messo in moto.

Credete sia più facile per la camorra insinuarsi fra un milione di votanti o dieci milioni? Non occorrono grandi doti morali per accorgersene, basta un po’ di matematica. E la storia che sono tutti uguali è solo l’ennesima trovata pilatesca per lavarsene le mani e tornare all’attività più amata dal nostro popolo: lamentarsi.

Così, mentre l’italiano si lamenta e va a farsi il ponte del 2 Giugno (la festa della Repubblica, quella roba che andrebbe consolidata attraverso il voto, per intenderci), la camorra si frega le mani e piazza consiglieri nei Comuni, nelle Regioni, in Parlamento.

Corruzione, camorraMentre l’italiano protesta su facebook, la camorra lo prende per culo e gli fa terra bruciata intorno. Mentre l’italiano tira fuori le solite storielle da pseudo-patriota della domenica, la camorra allunga mazzette e compra il voto suo e di tutta la sua famiglia.

Per quanto sia comprensibile lo scoramento e la delusione, non lo è altrettanto l’indifferenza. Quella che Gramsci odiava, per intenderci. Quella che fornisce energia viva e pulsante alla camorra per devastare i nostri territori, governare seppellendo nel cemento ogni sussurro di protesta e risucchiando ogni speranza come un’apnea dai polmoni asfittici del nostro futuro.

Al che io dico: chi non vota, vota per la camorra, e farebbe bene a guardarsi un po’ allo specchio, prima di dire che tanto andrà tutto male lo stesso e che la colpa è “dei politici”.

Basterebbe informarsi, fare il minimo sforzo intellettuale di conoscere liste e candidati per rendersi conto facilmente che, fra centinaia e centinaia di nomi, magari qualche persona onesta c’è. Che magari non sono tutti uguali, che senza pretendere i nuovi Moro e Berlinguer esistono anche persone degne di rispetto e di fiducia. E, se proprio non c’è nessuno che ispiri simpatia, si può sempre decidere di votare scheda nulla, che è comunque un modo di esprimersi più decoroso del restare sul divano a puntare il dito contro il cielo.

Mentre la camorra brinda all’ennesima vittoria ed apparecchia il tavolo.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli

Fonte immagine di copertina: funzionepubblica.gov.it