Tu quoque, Rafa!

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Rafa Benitez
Rafa Benitez

Domeniche trascorse ad assaporare l’odore delle arene in cui, campioni legittimati dal Dio Minore dell’Apparenza (quale potrebbe essere una congiunzione d’opposti legittimante la divinità dell’Apparenza?), mossi da un’insostenibile leggerezza del dover essere, si consumano drammi psico-sportivi che legano Mnemosine all’isteria avvertita da spettatori neutrali che – davanti alla tv – hanno osservato il teatro buffo andato in scena al San Paolo di Napoli.

Si evidenzia che non si tratta di una tragedia classica: semplicemente una partita di calcio. Sì, ma del Napoli. Naturalmente quando si parla di calcio a Napoli bisogna ricordare che non esiste città più incantevole e magica che sussume aspetti goliardici a cultura millenaria. Chi scrive ha davanti ai propri occhi Diego Armando Maradona: bene, non è un gol o un palo che cambia la sorte di un campione. È altresì evidente che non si può svolgere la propria professione con sufficienza. Lungi da me emettere giudizio, ancor più quando anche i Totem del calcio hanno fallito l’incontro con il destino. Maradona non ha mai deciso di tirare i remi in barca; non ha mai affrontato il Destino deponendo la Sua Arte: Diego ha rifiutato compromessi. Evidentemente al San Paolo ieri sera non c’era Lui in campo.

get_imgIl compromesso lo si evidenzia quando non si è chiari su quali obiettivi si vogliono raggiungere. Quando un Condottiero si pone dinanzi alla scelta della propria strada, è lui stesso a scegliere, nessun altro. Ciò che rivendico non appartiene a quanto vedo nel potenziale, ma al delirio di onnipotenza di chi tende a proiettare sull’altro i limiti che non gli appartengono. Il calcio italiano non è certamente la ‘Bengodi’ ove Neymar o Messi segnano 60 gol a stagione: neanche nei campionati amatoriali si assiste a tale ‘sfida alla Playstation’. Chi giunge in Italia e afferma la sua grandezza come goleador, è vero campione: da quanto detto è evidente che Higuain non ha bisogno d’essere confermato quale tra i primi centravanti del mondo.

Lo è, avendo definito il profilo del suo cv. Si può fare obiezione su obiettivi non raggiunti: li ha raggiunti avendo anche il valore stimato del giocatore elevato riscontro nella Vox Populi.
Parlando di Higuain, si sta sfiorando tangenzialmente chi lo ha voluto come punta di diamante della propria rosa. Immagino ora si possa sbizzarrire dicendo chi deve acquistare, senza che vi sia chi ricorda a costui che è facile spendere quando non si è oppressi. Se accetto una sfida – allenare nuovamente in Italia – non lo faccio soltanto per far vedere, come fossi un bambino arrabbiato che si adopera per dimostrare a chi lo ha punito di aver sbagliato. In effetti a punirsi sono stati entrambi: sembra un ricorso storico quanto accade al vecchio Rafa. Non acquistano giocatori, vince con le sue intuizioni Coppe Nazionali, non effettuando il salto definitivo di qualità. Si obietta che non si vince sempre: oggi sorge il dilemma che termina con il nome di una capitale Europea, Madrid. Se si decide di correre con la Cinquecento tra tricicli, beh, si può anche vincere; se, temendo la propria paura, si corre con una Ferrari ove il limite al proprio sfarzo non si pone, si vince.

Il buon Rafa ritiene di aver dato molto al calcio italiano. Chi scrive è d’accordo: uomo inimitabile per correttezza e umiltà, unite a competenze tali da apporre l’imprimatur del Grande Allenatore.

Si rimprovera al madrileno di non sapersi imporre: il peggior modo per avere, dinanzi agli occhi di chi vive d’apparenza, senso di responsabilità è dire quale sarà il futuro. Il mondo del calcio non conosce il concetto di responsabilità, lo evita sapendo di evitarlo perché le relazioni sono basate sul puro apparire. Rafa ha creato il collasso di un sistema ben progettato, orchestrato da atleti che hanno certezza di non volere, loro, annodare un ulteriore anello, a quello del calcio napoletano.

Anche i tempi d’attacco della proprietà sono stati – a mio avviso – calcolati male: nessuna idea avversa a quanto di ingiusto vi sia stato nel pareggio con gli ucraini del Dnipro. È evidente che il problema della corruzione dimora altrove. In fin dei conti il Dnipro se avesse pressato il Siviglia per tutto il tempo rimanente e non soltanto nel recupero – nella finale di Varsavia – saremo qui a rivalutare le decisioni di Benitez.

L’isteria dei giocatori non è responsabilità dell’allenatore: scendono in campo Callejon & co. Si evince come la differenza tra gli uomini protetti dall’Aquila Olimpia e i giocatori del Napoli sia consistita nella volontà d’appartenenza: Onazi entra al ’79, dopo mesi di panchina, recupera un pallone e decreta il contropiede del 2-3, a cui fa seguito il gol di un alieno il cui nome è Miroslav Klose.
Questione di stile.

Rafael Benitez, dissertando con Hermes e il suo bastone, non si è accorto che il tranello glielo hanno fatto i suoi prodi legionari. “Tu quoque, Brutus!”.
Buona Fortuna e sappi dialogare con il comandante supremo, Florentino (si rifletta su quanto accaduto a Mourinho, prima, e Ancelotti poi).

Alfredo Vernacotola

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