A Parigi per discutere dell’Isis

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Il primo ministro Iracheno Al-Abadi è stato a Parigi per discutere sulla rapida espansione dell’Isis. Nella capitale, difatti, erano presenti i 22 membri della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti d’America, che combattono l’avanzata del califfato. Questa del 2 giugno è stata la terza riunione da settembre 2014, da quando il progetto internazionale ha preso vita. Da quel momento, i raid aerei fatti tra l’Iraq e la Siria sono stati circa 3000.

Il presidente Iracheno ha fatto il punto della situazione denunciando spaventato il rapido avanzamento delle forze jihadiste, proponendo un piano di riconquista della città di Ramadi e di tutto il capoluogo di Anbar. In effetti, la coalizione ha dovuto rivedere tutte le strategie e i piani d’azione dopo la conquista, settimane fa, della città di Ramadi in Iraq e Palmira in Siria, da parte dell’Isis. Al-Abadi, infatti, denuncia proprio le “tante parole” e la scarsa “azione sul terreno”.

“Possiamo solo contare su noi stessi”, afferma il presidente, facendo luce su un altro dei problema che affligge l’esercito locale : la mancanza di armi e munizioni.  Con le sanzioni europee e americane inflitte alla Russia, il contratto di compravendita di armi con Mosca, che l’Iraq aveva stipulato, è stato bloccato. “Lasciateci comprare le armi in maniera più facile”, ha poi concluso. In queste ore, lo stesso presidente, deve anche far fronte alle dure parole rilasciate alla CNN dal segretario americano alla difesa Ashton Carter, in merito all’esercito iracheno. Il capo del pentagono aveva infatti dichiarato che l’esercito avrebbe, senza opporre resistenza, consegnato la città di Ramadi ai miliziani dello Stato Islamico : “Il numero dei militari iracheni supera di gran lungo il numero delle forze avversarie. I bombardamenti aerei della coalizione sono efficaci ma niente può rimpiazzare la volontà dell’esercito iracheno di combattere. E’ solo con il loro lavoro che l’ISIS può essere vinto”.

Nonostante la coalizione guidata dagli Americani sia tutt’ora attiva più che mai, i Jihadisti si stiano impossessando di gran parte del territorio, città strategiche, corridoi e frontiere. Racimolando, durante questo percorso, armi e petrolio, materiale primario di finanziamento. Accogliendo, tra le proprie file, un contingente straniero pari al 60%. “C’è un problema internazionale che deve essere risolto” – ha dichiarato Al-Abadi – “Bisogna trovare una risposta al fatto che parte dei terroristi vengano dall’Arabia Saudita, dal Golfo, dall’Egitto, dalla Siria, dalla Turchia e dai paesi europei”. Per il momento, lo stesso presidente rassicura sul fatto che Ramadi potrebbe ritornare tra le mani dell’esercito in pochi giorni. L’attenzione, al momento, però, è concentrata su Palmira dove gli esperti prevedono attentati contro Damas e Homs e, sull’occupazione di un importante strada di frontiera situata tra Siria e Iraq. Di fatti, lo stato islamico ha praticamente diviso la Siria in due, così come l’Iraq. Per quello che possono le forze armate irachene, appoggiate dai miliziani sciiti, tentano di lanciare delle contro offensive.

Giuseppe Ianniello

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