Tabucchi, “Si sta facendo sempre più tardi”

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Tabucchi

Dopo aver letto Si sta facendo sempre più tardi abbiamo l’impressione di non aver capito bene cosa il libro abbia voluto dirci, come se avessimo mancato nella comprensione di qualche messaggio inviatoci e che non siamo stati bravi a cogliere. Così alcuni lo rileggono e approfondiscono, estrapolano ogni singola parola analizzandola e cercando di coglierne un significato più profondo, ma la verità, come spesso accade, è più evidente di quanto sembra: qui si parla di un uomo e di una donna, o meglio in ogni lettera di questo romanzo epistolare ci sono un uomo che scrive e una donna che legge.

Cechov una volta ha scritto:

Potresti scrivere un racconto su un posacenere,
per esempio, e su un uomo e una donna. Ma l’uomo e la donna saranno sempre i due poli del racconto. Il Polo Nord ed il Polo Sud. Ogni racconto ha questi due poli: lui e lei.”

E  infatti Antonio Tabucchi nel 2001, sette anni dopo la pubblicazione del suo famosissimo “Sostiene Pereira”, scrive questo romanzo  che ricorda un po’ le Eroidi di Ovidio per la forma epistolare e per il tono quasi elegiaco usato per affrontare i temi dell’abbandono, della solitudine e dell’amore non corrisposto. Lo stesso Tabucchi ci informa che comincia a scriverlo per via di una fotografia che qualche anno prima aveva comprato a Parigi su una bancarella e che raffigura una coppia misteriosa:

Tabucchi
Kuligowski, Couple, Chateau-Landon, 1978.

“E’ una strana fotografia. Ci ho riflettuto a lungo e ho chiesto ai miei amici e ai miei familiari per un parere. E’ un addio? E’ un ritrovamento? E poi c’è una testa sola, femminile, lui non si vede ma le è attaccato come una roccia proprio come se fosse un naufrago che si vuol salvare. Lei non si sa bene se con quella mano stia toccando il volto di lui o se invece si solleva un po’ il cappello perchè l’abbraccio le dà fastidio… è curiosa questa fotografia”

Così nascono le 18 lettere che danno forma a un libro strano e affascinante, non lineare, in cui non si capisce molto bene chi siano i mittenti e chi i destinatari, quali siano i tempi e se le storie raccontate siano state effettivamente vissute o soltanto immaginate, sognate…

“In questo libro ho costruito una disarmonia: come succede nella vita, delle cose ci si accorge in ritardo. La vita si vive e non la si capisce. E’ molto difficile capire la vita mentre la stiamo vivendo perché siamo troppo occupati a viverla per l’appunto.”

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Tre momenti, in particolare,  saltano all’attenzione:  nella lettera “Te voglio, te cerco, te chiammo, te veco, te sento, te sonno” l’autore ci svela, attraverso un’affascinante descrizione, il suo amore per i dettagli:

“Dove comincia la geografia di una donna? Comincia dai capelli, si rispose. Lo sai che la geografia di una donna comincia dai capelli?, le sussurrò in un orecchio. E poi continua con la nuca e le spalle, disse lui, fino a dove finisce la colonna vertebrale, questo è il terreno d’ingresso della geografia di una donna, perché lì comincia la zona più segreta…”

Poi si rivolge con parole bellissime a lei:

“Ho bisogno di accarezzarti i capelli e poi di grattarti piano piano la nuca, sono venuto soprattutto per grattarti la nuca, mi sembra che senza il tuo corpo le mie mani abbiano perduto il tatto, sono diventate brutte, secche e piene di macchioline.”

Nella penultima lettera, “Occhi miei chiari, miei capelli di miele”, il tema principale è la nostalgia del passato e la malinconia verso un presente privo d’amore. L’uomo, ormai anziano, si rivolge alla sua donna ricordandole gli anni dei salotti intellettuali milanesi, delle femministe e di coloro che sognavano la Rivoluzione e di quando lei incontrò un uomo che con loro, i letterati di quegli ambienti, non c’entrava proprio nulla e questo la fece innamorare di lui:

“Quando arrivò Lui nella tua vita, capii subito che era arrivato l’uomo che avevi sempre aspettato, un uomo di cui ti eri innamorata come mai ti era successo; Lui non apparteneva al nostro mondo. E, soprattutto, non scriveva. Pare che dicesse che scrivere era una cosa che involgariva il pensiero, e che con le persone era sempre meglio parlare, e che i libri, semmai, si dovevano scrivere solo mentalmente. E io capii che tu lo amavi senza remissione. […] Non poteva certo stare a Milano, un tipo così che pensava racconti senza pubblicarli quando tutti noi eravamo smaniosi di pubblicare. Tu lo sai, Occhi miei chiari miei capelli di miele, ho un sesto senso. Pensai: farewell my lovely, non ti acchiapperò mai più. Gli anni passavano, più per me che per te. Pensavo a te ogni giorno, e tu eri felice nel frattempo. Perchè le persone possono essere felici, nei loro frattempi.”

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L’inizio della lettera

In un’altra bellissima lettera “Un biglietto in mezzo al mare” si parla dell’amore non ricambiato e di quante volte, per un po’ di felicità, ci raccontiamo un milione di bugie. Alla fine della lettera c’è l’addio tra la coppia:

“Ho cercato di sventolare l’asciugamano per dirti ciao, ma tu eri già troppo lontana, Magari non te ne sei neppure accorta.”

Maria Pisani

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Maria Pisani nasce a Napoli durante l'estate del 1993. Dopo aver conseguito il diploma presso il liceo socio-psico-pedagogico "A.Gentileschi", si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Federico II di Napoli. Laureanda in Lettere Moderne e aspirante insegnante di letteratura, ama l'arte, la mitologia, la musica italiana, e la sua città ma le piacerebbe visitare tutta l'Europa, la Russia e l'America latina.

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