Nell’ambito della storia dell’arte, la notte è stato un soggetto dipinto ripetutamente, in tutti i momenti storici e in tutte le epoche: a partire dagli antichi Egizi fino al ‘900.

La notte non è nient’altro che il teatro in cui si dipanano tutte le emozioni discoste, le pulsioni intime e segrete, i sentimenti reconditi e nascosti, gli istinti inconfessabili e spregevoli. Questo oscuro momento della giornata può, tuttavia, tramutarsi anche in una sorta di luogo metaforico, pronto ad accogliere e accompagnare la malinconia, la solitudine dell’essere umano e i turbamenti da cui è dannatamente torturato. La notte abbraccia maternamente l’uomo. Essa non gli punta il dito contro, come fa la luce del giorno, al contrario, lo assolve dai suoi ignominiosi peccati.

La notte si addentra in punta di piedi nel contesto dell’arte con Caravaggio che nel 1597 dà vita ad una delle sue più celebri opere: “Narciso”. Secondo l’omonimo mito, si narra che Narciso, affacciatosi sulla riva di un fiume, vide comparire il riflesso della sua immagine e, innamoratosi di essa, tentando di baciarla, cadde e morì. La notte, sullo sfondo di questo dipinto, costituisce il miglior complemento a questo folle gesto non premeditato e accompagnato dall’inganno atroce, metafora della vita stessa.

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Narciso, Caravaggio

Rembrandt nel 1642 dipinge il celeberrimo quadro “La ronda di notte”. Il suo principale soggetto è il movimento, sebbene tutti i personaggi che lo compongono sembrino essere immobilmente intrappolati nella loro staticità. Viene rappresentata la milizia civica di Amsterdam, capitanata dal capitano Cocq e dal luogotenente van Ruytenburch. In quest’opera la notte partecipa all’agitazione frenetica che ottenebra gli animi dei soldati e non lascia loro scampo.

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La ronda di notte, Rembrandt

Indiscussa protagonista dell’arte e riflesso dei turbamenti esagitati dell’uomo, la notte nel ‘900 assume tutt’altra connotazione. Lo si riscontra in Monet con il suo “Le port du Havre”: costellano il mare molteplici barche che disseminano l’orizzonte di un colore oscuro che ben si intona al grigio che popola il cielo della notte. Un grigio espressione di cheta rassegnazione, quieta malinconia, nostalgica contemplazione, cadenzata serenità, contrastato dai tanti bagliori che timidamente spuntano all’orizzonte, ma che non riescono ad opporsi all’oscurità offuscante della sera.

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Le port du Havre, Monet

Durante il periodo del suo ricovero in manicomio ad Arles, in Francia, Vincent Van Gogh trasfonde tutta la sua trepidazione nel dipinto sublime “Notte stellata”. La notte effigiata dall’artista olandese diventa specchio della funesta irrequietudine che lo tormenta, come testimoniano le stelle di enormi dimensioni che percorrono, quasi invadendolo, il cielo, e attorno alle quali, si aggomitolano dei turbini veri e propri. Il cielo stesso appare ondeggiante, oscillante, smanioso, turbolento, irretito, tumultuoso. Il cipresso che si erge verso di esso rappresenta l’anelito e la tensione disperata verso l’infinito, le colline sullo sfondo appaiono come un mare in tempesta. Tutto rimanda ad una frenetica e radicale inquietudine.

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Notte stellata, Van Gogh

In un’intervista a proposito del dipinto “Nighthawks”, Edward Hopper dichiarò che aveva effigiato quel quadro, pensando alla notte in questo modo:

“Non mi sembra particolarmente solitaria. Ho semplificato molto la scena ed ho ingrandito il ristorante. Probabilmente inconsciamente ho dipinto la solitudine di una grande città”

Protagonista vera dell’opera è la luce che inonda il ristorante in cui figurano appena quattro soggetti, immersi tutti in una sconcertante, ma celata solitudine, come si può intuire dall’uomo seduto in disparte che contempla ciò che si dipana davanti ai suoi occhi e le altre due figure che, inerti, osservano le azioni meccaniche del barman. Si denota un cupo isolamento sia dall’esterno che dall’interno del locale in cui ha luogo la scena, in quanto le strade che lo costeggiano sono completamente vuote, al suo interno, nonostante vi siano quattro persone, queste ultime sono avviluppate nella condizione di una imperitura incomunicabilità che li induce a sprofondare nel gorgo di un’insostenibile angoscia. Elemento magistrale di contrasto è indubbiamente la luce artificiale che rappresenta il vano tentativo, proprio attraverso l’artificialità, di sconfiggere l’efferato abbandono ed emarginazione che coinvolge tutti i protagonisti.

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Nighthawks, Hopper

La notte si rivela, quindi, come il momento in cui

“la mente è troppo debole per raccontarsi bugie”

in cui affiorano gli impulsi faticosamente trattenuti, le emozioni insondabili, gli istinti perpetrati, ma pur sempre tenuti nascosti. La notte è manifestazione pericolosa di verità al cospetto della quale l’uomo inesorabilmente tenta di fuggire, ma non vi riesce.

Clara Letizia Riccio

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