Amore: ciò che smuove la filosofia

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Amore

Una rapida normalizzazione della concezione Freudiana in merito all’amore ha spianato il successo, nel nuovo millennio, ai prossimi capolavori classici della cultura umanistica. 50 sfumature di grigio oscurano la trasparenza dei 154 sonetti shakespeariani, dedicati al tema dell’amore nelle sue molteplici varianti.

Ma la filosofia dell’antica Grecia ha costruito lodevoli ambizioni sul mito di Eros, Amore, piedistallo della cultura politica repubblicana e insieme, tutt’ora, fautore dell’energia con cui si muove il pensiero, nascente dalla meraviglia per la conoscenza.

Dalla sua più antica traduzione, tradizione voleva che Amore fosse l’elemento in grado di poter sollecitare la coscienza verso il riconoscimento del bello, per poi plasmare il buono, il giusto, all’interno di una società vittimizzata col disconoscimento della realtà intangibile e sovrasensibile.

Fu Platone, a testimoniare su carta le allegorie e le metafore che caratterizzano i discorsi nel Simposio, famosa raccolta di dialoghi in cui Eros, in conclusione, veste gli abiti di demone, mediatore tra la realtà umanizzata ed il mondo inconoscibile del divino.

Il nome d’amore è dato per il desiderio e l’aspirazione all’intero” come ricordato dalla testimonianza socratica. E attraverso il mito di Aristofane, si narra della divisione corporea degli androgini, i quali avevano quattro braccia e quattro gambe; ma poi vennero sdoppiati per essere indeboliti e sottomessi da Zeus, costretti ad una mancanza perenne di una parte di essi, e di cui sarebbero stati in perpetua ricerca per il raggiungimento della felicità. “Dopo che la natura umana fu divisa in due parti, ogni metà per desiderio dell’altra tentava di entrare in congiunzione e cingendosi con le braccia e stringendosi l’un l’altra, se ne morivano di fame e di torpore per non volere fare nulla l’una separatamente dall’altra. E quando moriva una delle parti e ne restava una sola, quella che sopravviveva ne cercava un’altra e vi si abbracciava, sia che capitasse nella metà di una donna intera, che ora chiamiamo donna, sia in quella di un uomo.”

Il desiderio di completezza dall’antichità ad oggi, regge la poetica sensibilità dell’amore; mentre gli amanti, che nel tempo hanno trasformato la filosofia dell’amore in psicologia delle pulsioni, hanno altresì prodotto una sconnessione della simbologia rilegata per l’amor platonico, sponsorizzando nuovi stereotipi in nome della soppressione dei tabù. L’amore platonico, infatti, nasconde fra le radici originarie il bisogno di un contatto fisico metaforizzato dalla spontaneità della natura.

Amore “crea la pace fra gli uomini e sul mare una tranquillità senza vento, luogo di quiete e di sonno nell’affanno dei soffi impetuosi. Egli ci libera da ogni sentimento di avversione e ci riempie di ogni senso di familiarità, stabilendo tali incontri per farci trovare insieme nelle feste, nelle danze, nei sacrifici quando egli è nostra guida. Offre bontà, scaccia la selvatichezza, si fa donatore di benevolenza, e non dona malevolenza; propizio, buono, oggetto di ammirazione per gli uomini, di stupore per gli dèi; invidiato dagli sfortunati, conquistato da chi ha buona sorte; di godimento, floridezza, bellezza, grazia, di desiderio, brama è padre; sollecito per i buoni, senza pensiero per i malvagi; nel travaglio, nel timore, nel desiderio, nel parlare è nocchiero, commilitone, protettore e salvatore splendido.”

Suggestivo di queste emozioni è il film “Sesso e filosofia”, dove l’angosciato protagonista va alla scoperta del senso di soddisfazione attraverso il consolidamento di 4 rapporti d’amore, con quattro donne a cui accosta momenti indimenticabili della sua vita. Con un cronometro per tenere sotto controllo il tempo, l’amore viene indiscutibilmente contestualizzato, e slegato dalla sua identità filosofica, per poi ritrovarsi, sempre, pronto a ricongiungersi al suo originario fine.

L’autonomia della natura e le sfumature di un sottile erotismo, rendono l’uomo innamorato dell’attimo fuggente, e disilluso dal panorama circoscritto in un pessimismo antropologico, che non può consentire l’eterna felicità perché incastrato in un mondo finito e inconcludente, dove la ricerca per la verità s’inceppa al per sempre, cosciente di un’esitazione continua. L’incanto del destino propenso al completamento individuale con altre anime potrebbe durare in eterno, ma la stabilità di una realtà epicurea e singola sorregge a metà il peso di una bilancia, al cui centro pende sempre Amore: unico strumento, solo ingranaggio teso a concepire l’unità della ragionevolezza proprio con l’incertezza.

Alessandra Mincone

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