Canova, l’anima e le mani di un grande scultore

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Antonio Canova
Le Tre Grazie, marmo, 1816, San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage

“Antonio Canova. Alle origini del mito”. La Val d’Aosta, per la prima volta, omaggia l’artista con una mostra presso il Castello di Saint Benin. Più di 50 opere inedite e restaurate, tra disegni e bozzetti di gesso che ripercorrono l’iter creativo del più grande artista neoclassico. Dal 13 giugno all’ 11 ottobre 2015. Tra le opere esposte ci saranno: il gesso della Danzatrice con le mani sui fianchi,  il gesso dell’ Endimione dormiente e i busti in marmo  di Francesco I d’Austria ed Ettore.

 

 Antonio Canova
Edimione dormiente, marmo,1819, Devonshire Collection, ” il gesso è presso il Museo-Gipsoteca canoviana, Possagno (TV)”

La Val d’Aosta è pronta ad accogliere, per la prima volta, una grande mostra dedicata ad Antonio Canova, il nostro più eccellente scultore neoclassico . L’esposizione curata da Mario Guderzo, direttore del Museo-Gipsoteca canoviana di Possagno,  intende ripercorrere attraverso schizzi, disegni e modellini in gesso e terracotta, il modus operandi dell’artista. Una selezione di più di 50 opere , tra pezzi inediti e recentemente restaurati . Non solo gessi autografati, testimonianze uniche di opere in marmo perdute ma anche disegni e tempere, utili a sottolineare la formazione accademica del Canova.

Canova
Ercole e Lica

Quello del Canova era un iter creativo complesso e meticoloso che richiedeva cura e perizia tecnica al limite del maniacale; si partiva dallo schizzo come idea base dell’ opera, si passava poi al bozzetto in terracotta per avere una prima stima dell’opera e da lì si procedeva ai vari perfezionamenti, che si potevano ritenere quasi compiuti nel modello in gesso. Da questo momento lo scultore operava autonomamente, aggiungendo  il proprio tocco artistico, fissava dei chiodini che gli avrebbero permesso di trasferire, esattamente, le proporzioni dell’opera dal gesso al marmo. In questo modo di operare non si evince solo un metodo lungo e complesso, che conduceva all’opera finita ma anche tutta la portata rivoluzionaria e moderna del Canova. Lui  che in qualche modo gettò le basi  del mestiere dello scultore; amava persino costruire artigianalmente i propri arnesi del mestiere come i famosi chiodini o repère, che  sono un po’ la firma delle sue opere. Ovviamente aveva tanti collaboratori al seguito ma non amava considerarli allievi; sembra una contraddizione considerato che il  Canova si batté incessantemente a favore degli artisti bisognosi e delle Belle Arti. La sua officina non era una vera e propria scuola, certo è che chi lavorava con lui imparava il mestiere.

Antonio Canova
Danzatrice con le mani sui fianchi, marmo, 1812, (gesso originale Museo- Gipsoteca, Possagno)

Di ogni singola opera scultorea del Canova si potrebbe fare un approfondimento tematico a parte, io mi limiterò a tracciare solo una breve biografia. Nacque a Possagno in provincia di Treviso nel 1757, studiò nudo all’Accademia di Venezia ma le sue prime repliche di opere famose classiche non ottengono riconoscimenti in quell’ambiente lagunare, ancora troppo conservatore. La meta giusta è Roma e  il Canova se ne rende conto presto, tanto che nel giro di pochi anni la sua fama è celebrata con opere come: “Dedalo e Icaro” e “Orfeo e Euridice”. Lo studio dell’antico si rendeva sempre necessario per coloro che volessero intraprendere questa carriera e, secondo i dettami del Winckelmann per far rivivere gli antichi: ” bisognava emularli e non copiarli“, quindi, nella Capitale egli si trovò davanti ai propri occhi le più belle opere classiche( repliche e non originali), da cui trarre linfa, ma il Canova non si limitò a questo; nutrì la sua arte di spirito letterato. Non fece nessun sforzo per ottenere le più prestigiose commissioni e come non ricordare sia il  “Monumento funerario di Clemente XIV” che il ” Monumento funerario a Clemente XIII”  a Roma. Opere straordinarie per il nuovo modo di affrontare la tematica della morte e la concezione di questo tipo di monumento ; tanto da mettere in ombra la fama di un altro grande scultore: Gian Lorenzo Bernini. 

Canova
Adone e Venere

Siccome il Canova, come i più grandi, non amava troppi schematismi portò avanti la sua concezione del nudo nell’arte; forse anche per questo ,nell’immediato, non fu apprezzato, si pensi che anche Napoleone provò disprezzo alla visione di quella colossale statua che lo ritraeva nudo e non in uniforme; evidentemente la concezione eroica tra i due era diametralmente opposta. Sicuramente la fama del Canova come quella di altri artisti visse momenti di buio e luce, prima eclissato dalla critica poi osannato. Non è semplicemente lo scultore della bellezza e della grazia né solo quello più ammirato in opere come: “Amore e Psiche” , le “Tre Grazie” oppure L’ “Ebe”  e “Adone e Venere”, credo che sia stato qualcosa di più anche di un semplice neoclassico; da definire tale solo per imporre un limite cronologico. In Canova non è azzardato ravvisare quell’anelito di Romanticismo, certo non così esplico come spopolerà dopo la sua morte, ma che già si respira. Che poi  la grandezza del Canova, non sia legata solo alla fama sconfinata di cui godono alcune sue opere, lo si può intuire anche dal fatto che fu uno dei pochi artisti, se non l’unico, ad aver avuto il privilegio di essere stimato in vita da importanti letterati del tempo. Fu Pietro Giordani, amico e grande stimatore, a regalare alla storia tutta la vita di Antonio Canova attraverso un panegirico; una intensa commemorazione dell’uomo prima che  dello scultore e dello scultore prima che dell’artista.

Questo è il  video dedicato  al recente restauro della “Danzatrice con  i cembali” :

 

Per la mostra

Per il Museo Gipsoteca Canoviana 

Per un approfondimento su alcune vicende museografiche del Canova a Napoli

Rossella Mercurio

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