Indifferenza, il potere che addormenta e intorpidisce

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Solitaria indifferenza
Solitaria indifferenza

“L’indifferenza è la paralisi dell’anima, è una morte prematura.”

Così asseriva Anton Čechov, nell’opera “Una storia noiosa”, denunciando l’irriverente e deciso potere del demone chiamato indifferenza. Chiamasi indifferenza la dissipazione dell’anima, il prosciugarsi lento e fiacco della forza che muove il mondo, l’atrofizzarsi soffocato di qualsiasi energia, l’apatico spegnersi di ogni impeto, di ogni vigore, il sonno della Bellezza.

L'urlo, Edvard Munch.
L’urlo, Edvard Munch

Quando subentra l’apatia, la distaccata rassegnazione di fronte anche a ciò che può essere uno scempio, una disgustosa bruttezza, è in quel caso che prende forma questo silenzioso mostro. È un mostro che cova all’interno tacitamente, di cui quasi non ci si accorge, che opera in silenzio per poi distruggere, dilapidare, annientare, uccidere tutto ciò che si trova al suo cospetto.

Melancolia, Edvard Munch.
Melancolia, Edvard Munch

Compagna fedele all’indifferenza è senza dubbio la noia.

Si definisce noia lo stato d’animo “di insoddisfazione frustrante, di indifferenza inquieta e disaffezione dolorosa” in cui l’uomo, pur di abbattere questo ostacolo, è capace di esperire qualsiasi mezzo e qualsiasi sforzo. È da essa che nasce l’indifferenza, in quanto inietta nell’essere umano il germe del disinteresse nei confronti di tutto, poiché nulla è in grado di suscitare l’attenzione di una persona che ormai è morta dentro. E per salvarsi e sconfiggere questo ignominioso nemico, non rimane che il tentativo disperato di aggrapparsi a qualsiasi cosa possa imprimere una spinta, a qualsiasi cosa costituisca un motivo per andare avanti. Ed è per questo che ci si abbandona ai piaceri più sfrenati, alla perversione spudorata o alla fede nella religione più accesa, che si fa del male a sé stessi coscientemente, che si vuole ostinatamente tentare di esorcizzare questo demone, ma inevitabilmente si va a sbattere contro il muro erto da sé stessi e si finisce per sprofondare. Affermava il celebre filosofo Blaise Pascal:

“Tutti i guai dell’uomo derivano dal non saper stare fermo in una stanza”.

Lo stadio successivo è rappresentato, per l’appunto, dall’indifferenza che addormenta e indolenzisce l’anima e avvolge nel torpore del silenzio ogni singola cosa, che con la sua apparente e invidiabile tranquillità attrae nel baratro molte vittime che, sedotte dal miraggio della perpetua serenità, soccombono.

“È la pace che mi fa paura. Temo la pace più di ogni altra cosa: mi sembra che sia soltanto un’apparenza, e che nasconda l’inferno. Pensa cosa vedranno i miei figli domani… Il mondo sarà meraviglioso, dicono. Ma da che punto di vista, se basta uno squillo di telefono ad annunciare la fine di tutto?”

riportava Steiner, emblematico personaggio de “La dolce vita” di Federico Fellini.

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Una scena dal film “La dolce vita” di Federico Fellini

Tuttavia, il male peggiore non è questo mostro fintamente placido dai mille tentacoli, bensì l’effetto che scaturisce da questa rovinosa matrice: il nichilismo. Avvertire che niente al mondo ha senso, che, sartrianamente parlando,

“la vita di per sé non è nulla, sta a voi darle un senso, e il valore non è altro che il senso che sceglierete”,

che “l’uomo non è altro che una passione inutile”, è come se concedesse la bieca autorizzazione a commettere anche i crimini più ignobili, come se legittimasse la turpitudine, il marcio che è negli abissi occulti di ogni essere umano, come se tollerasse il Male, anche nelle sue aberranti manifestazioni. Il nichilismo può tutto e giustifica tutto. Nietzsche lo definiva “il più inquietante fra tutti gli ospiti”.  Sempre il filosofo, tuttavia, asseriva che:

“Ogni specie di pessimismo e di nichilismo diventa nella mano del più forte soltanto un martello e uno strumento in più, per acquisire un nuovo paio di ali”,

lasciando così sulla scia di tanta insofferenza un pallido barlume di speranza.

Probabilmente è questo il male che ottunde la coscienza, soprattutto in un secolo come il nostro, dove domina, indisturbata, l’apatia.

E, quindi, non bisogna lasciarsi intorpidire passivamente da questi taciturni demoni, ma reagire sfacciatamente con forza, dare sfogo all’impeto della vita che è in ognuno di noi, far sì che non cali il silenzio, ma che il rumore possa sempre animare il tutto, non lasciarsi indurre al sonno della ragione dall’anestetico della contemplazione atarassica, ma insorgere contro di essa eroicamente,

“Non avere omai sollecitudine, se non di vivere. Il fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita”,

come affermava Gabriele D’Annunzio.

Clara Letizia Riccio

Immagine di copertina: “Solitaria indifferenza” di Claudio Guadagno

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