LGBT Pride, teoria gender e vecchi merletti

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lgbt pride gender theory e vecchi merletti

Avvertenza: chi scrive si sente in dovere di affrontare, fuori dal coro e con toni che possono apparire polemici o discutibili, tematiche che variano dal LGBT Pride alla “teoria gender” al pensiero totalitario. Essendo tali punti opinabili a seconda delle azioni e delle convinzioni di ciascuno, chi scrive si appella alla speranza che chi legga queste parole voglia quantomeno attendere la conclusione del discorso prima di trarre le proprie conclusioni. Chi scrive è infatti conscio del non poter certo convincere con un semplice articolo – né ha intenzione di farlo – ma intende illustrare un punto di vista, un libero pensiero, differente da quelli trasmessi dalle campagne totalizzanti e totalitarie che imperano nei mezzi di comunicazione odierni.

Alcuni gruppi vicini ai cattolici hanno contestato la diffusione della cosiddetta “teoria gender”. Cosa sarebbe? Cito un opuscolo, che a sua volta cita un articolo pubblicato su Noi Genitori & Figli, appendice di Avvenire, di febbraio 2015. La “gender theory” è un insieme di teorie, provenienti da ambienti del femminismo oltranzista scandinavo e statunitense e riadattate da alcuni gruppi LGBT, secondo le quali l’identità sessuale sarebbe una costruzione sociale (in termini marxisti, una sovrastruttura) causata non da un dato biologico, ma da una struttura culturale. Poco importa se biologicamente si nasce maschi o femmine, quello che conta è come ci si sente.

È evidente che biologicamente e fisiologicamente i sessi siano soltanto due, con l’eccezione degli ermafroditi, vero fenomeno di natura, e che questo dato sia incontrovertibile. Deve invece essere accettato il fatto che esistano diversi orientamenti sessuali, differenti dal genere, e che possono essere catalogati semplificando in eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali, “questioning” (persone che non conoscono il proprio orientamento, o lo modificano di volta in volta), intersessuali (persone nate con genitali dell’altro sesso, ma che li reclamano come propri) ed asessuali. Può essere presa in considerazione l’idea che queste categorie siano “liquide” e che un individuo possa attraversare diverse “sfumature” di una categoria, o addirittura transitare tra categorie differenti: si concorderà tuttavia che è una questione psicologica, e non fisiologica. Le differenti dinamiche comportamentali e relazionali non dipendono dal DNA, quanto dalla psiche.

Omofobia è un neologismo? Sì, esattamente come lo è femminicidio, ed etimologicamente parlando è utilizzato a sproposito. Fobia significa paura, ma chi è definito omofobo non ha paura dell’omosessuale: lo discrimina, ed è la discriminazione che è un comportamento ingiustificato ed ingiustificabile. Si chiami l’omofobo con il suo vero nome, discriminatore, e come tale lo si condanni: la discriminazione di un individuo omosessuale è grave alla stessa maniera della discriminazione di un disabile o di uno straniero o di uno di diverso credo religioso.

Qualsiasi cosa vada contro l’opinione di quella che viene fatta passare per maggioranza dei “benpensanti” viene subito etichettata come retrograda, ma questo è un discorso che non riguarda solo la questione dell’omosessualità: non è giusto, ma è da notare come sia una pratica comune dei totalitarismi quella di adeguarsi al pensiero dominante, pena l’esclusione o addirittura la cancellazione del “diverso”.

Basti pensare a Facebook che sabato 27, all’indomani della storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, in occasione della giornata mondiale del LGBT Pride ha messo a disposizione degli utenti una pagina che ricolorasse le immagini del profilo sovrapponendo ad esse una bandiera LGBT. «Celebra anche tu l’orgoglio LGBT. Tutti noi di Facebook celebriamo l’orgoglio LGBT!» era quanto compariva su facebook.com/celebratepride, ed al di là della pessima traduzione di LGBT Pride (quando “gay pride” è comunemente accettato nel linguaggio comune) si possono notare due messaggi subliminali: uno è l’ordine da Grande Fratello, “celebra”, l’altro è il più sottile “tutti noi lo facciamo”, dunque tu che non ti adegui alla grande massa di Facebook sei uno sfigato da esiliare.

L’ignoranza è presente e dilaga su entrambi i fronti: da una parte stanno i pochi talebani che mettono all’erta sulla teoria gender, e vengono giustamente ridicolizzati; dall’altra stanno però i tanti talebani che parlano ignorando i fatti, senza però che qualcuno possa ridicolizzarli altrettanto giustamente; questi ultimi sono i pecoroni inconsapevoli del gregge totalitario, il più grande ostacolo per chi sostiene e difende i diritti delle comunità LGBT.

Quanti sanno, per esempio, che il primo ostacolo ai matrimoni tra omosessuali è sito nell’articolo 29 della Costituzione? Quanti sanno che, modificando quella definizione di famiglia, andrebbe ricodificato l’intero diritto di famiglia, per tacere del diritto delle successioni? Quanti poi considerano le tante leggi accessorie e le norme amministrative che accompagnano la vita quotidiana anch’esse da rivedere? Sarebbe un lavoro che, tra studi, discussioni dottrinali e giurisprudenziali, proposte, consultazioni e lavoro vero e proprio in Parlamento impiegherebbe anni. Ulteriore fattore di considerazione, non meno importante, è che l’attuale Parlamento non è disposto né intenzionato ad iniziare questa rivoluzione del diritto, così come con ogni probabilità non lo sarà nemmeno il prossimo, con buona pace di tutti.

Festeggiate pure la sentenza arrivata da una Corte Suprema, con 5 voti a favore e 4 contro, composta in maggioranza da giudici cattolici in un Paese in cui i cattolici sono il 21% circa della popolazione, soverchiati dalla maggioranza protestante (46.5%). Andate a leggervi le motivazioni individuali dei giudici sul sito della U.S. Supreme Court e poi riflettete e giudicate.
Solo, non lasciatevi trascinare dalla massa senza prima pensare liberamente con la vostra testa.

Simone Moricca

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