Le misure straordinarie adottate dalla Bce sull’Eurozona iniziano a dare i primi risultati. Se lo scopo del «whatever it takes» o più specificatamente del Quantitative Easing era far calare i tassi d’interesse e ridurre il costo del debito per i paesi del vecchio continente,in Italia l’Istat, con i suoi dati di oggi, conferma tale andamento. Probabilmente, anche grazie all’effetto spread (anche oggi sotto i 150 punti base), nel primo trimestre dell’anno si registra un risparmio di spesa sugl’interessi passivi per le amministrazioni pubbliche del 14%, pari circa a 2 miliardi e 370 milioni. L’indebitamento netto delle p.a. passa al 5,6% (dati grezzi), -0,4% rispetto al trimestre passato e, nota positiva, risulta il valore più basso registrato nel primo trimestre dell’anno, in cui solitamente il rapporto Deficit-Pil è il più alto tra i quattro trimestri,  dal 2007.

I dati attuali sulle entrate e le uscite confermano le previsioni della Commissione Europea di maggio sul disavanzo: diminuiscono le uscite e aumentano le entrate, registrando rispettivamente un calo in termini tendenziali dell 0,7% e un aumento dello 0,3%, valori che incoraggiano il governo nell’auspicato obiettivo di chiudere il deficit-pil a termine del 2015 al 2,6%.

In totale controtendenza con le attese di Mario Draghi, però, gli altri dati Istat che evidenziano una frenata dei consumi, con la spesa scesa dello 0,2% in termini congiunturali (+0,1% su base annua) e un ritorno delle famiglie italiane all’oculatezza, con la propensione al risparmio attestatasi al 9,2%, un aumento di 0,4 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 0,6 punti su base annua. Effetti sull’incentivazione alla spesa e alla parallela riduzione della deflazione ancora troppo prematuri da poter essere captati nelle rilevazioni. Si tornano così a censire per l’Istat aumenti nel potere d’acquisto dei nuclei familiari, passando ad un +0,6% rispetto al I trimestre scorso e +0,8% sui dati annuali e reddito disponibile (in valori correnti) aumentato dell 0,4% e dello 0,6% su base annua.

In ultimo, si rileva una piccola controversia tra quanto emerso oggi dai dati resi noti dall’Istat e da quanto dichiarato appena 7 giorni fa dalla Corte dei Conti. “La pressione fiscale al 43,5% è intollerabile” denunciava la suprema corte sul rendiconto generale 2014 dello Stato, denunciando ritardi nella spending review, mentre invece oggi l’istituto statistico arrotonda tale cifra al 38,7%, dichiarandola invariata rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Vincenzo Palma