I diktat di Casaleggio sul caso Loquenzi

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Dopo aver approvato con 26 voti favorevoli il licenziamento di Ilaria Loquenzi, capo dello staff comunicazione di Montecitorio ed ex-collaboratrice di Paola Taverna, i parlamentari del Movimento Cinque Stelle si sono visti costretti ad una marcia indietro sotto le furenti richieste di Gianroberto Casaleggio. Stando al cosiddetto non statuto, in effetti non sono i parlamentari ma i due leader ad avere unica voce in capitolo relativamente al potere di scelta dello staff di comunicazione: per questo motivo un licenziamento tramite libera votazione del gruppo parlamentare sarebbe stato illegittimo secondo le regole del Movimento Cinque Stelle.

Il tentativo di estromettere la responsabile comunicazioni, considerata molto vicina al leader ombra del Movimento, è stata motivata con l’accusa di dare eccessiva visibilità ad alcuni deputati a scapito di altri. Nei giorni scorsi il direttorio e alcuni fedelissimi avevano tentato una mediazione al fine di evitare lo scontro e convincere i dissidenti a rivedere le proprie posizioni.
In particolare Alessandro Di Battista si era privatamente confrontato con alcuni deputati che si erano espressi a favore del licenziamento, affinché potessero rivalutare l’operato della Loquenzi e tornare sui loro passi.

La violazione del non statuto – e il tentativo evidente di superare i due leader nell’utopia di una democrazia interna – avrebbe certamente potuto provocare una scomunica diretta da parte del Blog, nei confronti dei 26 dissidenti.
I numeri troppo ingenti e il prevedibile impatto negativo che un’espulsione di massa avrebbe avuto sull’opinione pubblica hanno fatto desistere i due fondatori dal prendere decisioni irreversibili, così che alla fine la richiesta (o meglio imposizione) di una seconda votazione è sembrata la soluzione più opportuna.
In questa seconda votazione, che ha portato alla riconferma della Loquenzi al suo posto, i parlamentari hanno semplicemente ratificato una decisione dall’alto presa dai due leader in barba alla democrazia.

Secondo alcune indiscrezioni, molto avrebbe pesato sulle decisioni dei singoli deputati la paura concreta di non vedersi riconfermata la candidatura nel secondo mandato: il rischio di perdere l’ambito e privilegiato posto di onorevole è un rischio che in pochi oggi sono disposti a correre. Con buona pace dell’articolo 67 della Costituzione.

Roberto Davide Saba

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