Whirlpool, salvi tutti: nessuna chiusura degli stabilimenti e 2mila licenziamenti cancellati

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Due anni di contrattazione, tanto è servito per giungere a un accordo tra le parti. Parti mutevoli, per meglio dire, durante i numerosi incontri tra sindacati e azienda e con l’intromissione di una terza parte, quale il governo, che di sicuro è riuscito ad avere un ruolo di mediatore determinante nella ricerca degli accordi. Non mancano, però, ancora angoli bui sui piani di ristrutturazione proposti.

L’intesa intanto dovrà essere ancora approvata, ma tutti i sindacati esultano. Marco Bentivogli, segretario della Fim-Cisl, ha commentato: “Con il nuovo piano industriale si passa da un bollettino di guerra a un piano di rilancio”.

La risoluzione della vertenza con Whirpool rappresenta un utile esempio di come affrontare, attraverso relazioni industriali rispettose dei diversi interessi in campo, processi complessi di riorganizzazione produttiva e organizzativa che investono aree nazionali e internazionali” aggiunge Salvatore Barone (Cgil).
Con loro anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi: “Lo avevamo promesso ai lavoratori #Whirlpool – scrive su Twitter – Nessuna chiusura, nessun licenziamento”.

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“A questo punto si può dire che la presenza di Whirlpool in Italia è fantastica”, ha ironizzato il segretario della Fiom Maurizio Landini facendo riferimento alla precedente affermazione di Renzi “L’acquisizione di Whirpool di Indesit è un’operazione fantastica”.

Due anni appunto, partendo dal 4 giugno 2013. Allora la Indesit stazionava in una situazione di mercato in continuo peggioramento, registrando cali di volume del 10% in Europa e 25% in Italia; fece così partire la proposta ai sindacati: produzione top di gamma concentrata sui 3 poli italiani e trasferimento in Turchia e Polonia delle sedi industriali non più sostenibili, tradotto: 1400 esuberi strutturali.

A dicembre dello stesso anno però sembra tutto scongiurato. Dopo un periodo di massima tensione e rottura delle trattative, data l’apertura delle attività di mobilitazione, il presidente Marco Milani presenta il nuovo piano di salvataggio con 83 milioni di nuovi investimenti e l’impegno dell’azienda a non ricorrere all’utilizzo di procedure di mobilità unilaterali sino al 2018. I segretari generali firmano il documento e le dichiarazioni di entusiasmo si sprecano.

Da qui, al crollo dell’entusiasmo. L’11 luglio 2014 la multinazionale americana Whirlpool versa 758 milioni di euro nelle casse della società di Fabriano rilevando il 66,8% delle partecipazioni e passando così di fatto a divenirne la controllante e apprestandosi, poi, a lanciare un’Opa sulle restanti azioni. Poco prima dell’offerte pubblica però, trapelano indiscrezioni sul futuro piano della nuova proprietà, si parla di generica “riorganizzazione”. Si accende la spia dei sindacati, che vedono concretizzare la situazione meno auspicabile nella prima seduta al tavolo nello scorso 16 aprile: gli accordi del 3 dicembre diventano carta straccia, annunciata la dismissione degli impianti della ormai ex Indesit di Carinaro (Caserta) e di None (Torino), ripresentando i 1350 esuberi del 2013 tra operai e ricercatori.

La svolta: a maggio intervengono Governo e Ministro dello sviluppo economico, Federica Guidi, convocando un tavolo ristretto tra segreterie nazionali e società. Prima un nulla di fatto, poi il 20 maggio il rischio di rottura. In piena ricerca per l’intesa, la Whirpool tuona “Altri 480 esuberi” portando il totale a 2060 posti di lavoro a rischio. Arrivano subito le dure dichiarazioni tra cui spiccano quella del ministro Guidi e del ministro del lavoro Giuliano Poletti, intenti a farsi valere col peso politico definendo “inqualificabili” i piani riorganizzativi e invitando la multinazionale a ripresentare piani quanto più in linea possibile con quelli stipulati dalla Indesit.

Si apre un mese di giugno di contestazione e manifestazioni in cui nel caos, a fine giugno, si delinea il punto d’incontro, risultato poi oggi nel nuovo piano industriale 2015-2018 che prevede missioni industriali specifiche per tutti i siti e non solo Carinaro e None, ma anche Fabriano, Cassinetta, Comunanza, Napoli, Siena e tutti gli uffici. Si perseguirà una strategia di insourcing delle attività (scongiurando l’outsourcing in paese a basso costo) e puntando ad un aumento di produzione di 650.000 unità in tutta Italia.
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Carinaro vede il rilancio con 320 lavoratori: sarà il polo Emea per accessori e ricambi per tutti i prodotti per i mercati di Ue, Africa e Medio Oriente. Per None è partita la reindustrializzazione con la graduale cessione in continuità alla società consortile piemontese Mole.
Il piano definitivo che dovrà essere firmato sancisce, dunque, nuovi investimenti per 513 milioni da spalmare nel prossimo triennio.
Non è escluso dall’accordo un quadro per accordi applicativi in tema di ammortizzatori sociali che a partire dai contratti di solidarietà, escludano generazione di esuberi strutturali. L’accordo firmato ieri mattina contiene la specifica delle missioni industriali e degli assetti occupazionali ad hoc per ogni sito e degli incentivi per esodi o trasferimenti volontari che saranno ampiamente agevolati.

Salvi tutti, così, da una maxi-operazione che avrebbe significato danno alle 2000 famiglie e nuove migliaia di casse integrazioni da garantire. Salvi tutti, però, fino ai prossimi 3 anni (il piano avrà valenza fino a tutto il 2018), quando lo scenario sarà ben diverso. L’atteggiamento della multinazionale americana ha destato non poche perplessità, proponendo dapprima un massiccio piano di licenziamenti, salvo poi ripensarci in toto 2 mesi dopo.
Salve le 2000 famiglie, ma c’è ancora da verificare il nuovo impatto sulla retribuzione dei lavoratori che attendono ancora sviluppi fondamentali nelle decisioni che vi attengono.

Vincenzo Palma

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