“La vita è una condanna a morte. E proprio perché siamo condannati a morte, bisogna attraversarla bene, riempirla senza sprecare un passo, senza temer di sbagliare, di romperci, noi che siamo uomini, né bestie né angeli, ma uomini”.

Questa la risposta che la celeberrima giornalista Oriana Fallaci diede alla sorella Elisabetta,quando, in età infantile, le chiese cosa fosse la vita ed ella in un primo momento l’aveva miseramente definita come “quel tempo che passa tra il momento in cui si nasce e il momento in cui si muore”. Questo interrogativo, tuttavia, non finì il suo tempo in quell’occasione, ma tormentò la scrittrice durante la sua permanenza a Saigon, quando, inorridita, assistette alle riprovevoli oscenità della guerra.

“Io sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre. Io sono qui per spiegare quanto è ipocrita il mondo che si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore con un altro cuore e poi accetta che migliaia di creature giovani, col cuore a posto, vengano mandati a morire per la bandiera”.

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Questi i toni veementi e irriverenti, sfrontati e irruenti, rabbiosi e drammaticamente appassionati con cui “l’Oriana” denunciava gli ignominiosi crimini della conflitto del Vietnam nel libro “Niente e così sia”.
Una donna dalla personalità complessa e sanguigna, affetta dalla malattia annichilente dell’eroismo, che non chinava il capo di fronte alle ingiustizie gratuite e atroci della vita e degli uomini, ma con l’impervia caparbietà del coraggio le combatteva a testa alta. Una donna che “amava andare controcorrente, ma sola”, che non si arrendeva di fronte a nulla, che non contemplava da lontano le catastrofi accidiosamente, ma che aveva la temerarietà impudica e spavalda di affrontarle e la pretesa romanticamente folle di abbatterle. Una donna che ripudiava il ruolo silenzioso e inerte di una Penelope, ma che era alla costante e intrepida ricerca, proprio come Ulisse, come scrive in “Penelope alla guerra”. Una donna virulenta, camaleontica, eclettica, dai mille volti, come si desume anche dalle parole con cui narra e descrive teneramente il suo amore per il deputato greco Alekos Panagulis, tragicamente ucciso in un incidente e a cui ella dedicò il libro “Un uomo”.

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“E forse il tuo carattere non mi piaceva, né il tuo modo di comportarti, però ti amavo di un amore più forte del desiderio, più cieco della gelosia: a tal punto implacabile, a tal punto inguaribile, che ormai non potevo più concepire la mia vita senza di te. Ne facevi parte quanto il mio respiro, le mie mani, il mio cervello, e rinunciare a te era rinunciare a me stessa, ai miei sogni che erano i tuoi sogni, alle tue illusioni che erano le mie illusioni, alle tue speranze che erano le mie speranze, alla vita! E l’amore esisteva, non era un imbroglio, era piuttosto una malattia, e di tale malattia potevo elencare tutti i segni, i fenomeni”.

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L’esistenza della giornalista fiorentina fu tragicamente segnata nel 1958, quando ebbe un aborto spontaneo. Quest’esperienza la indusse a scrivere il celeberrimo testo “Lettera a un bambino mai nato”, in cui ella dibatte fervidamente circa la tematica dell’aborto e al proposito afferma:

“La maternità non è un dovere morale. Non è nemmeno un fatto biologico. È una scelta cosciente”.

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Con l’eclettismo tipico del giornalista che si occupa di ciò che accade intorno a lui e sceglie eroicamente di dire la sua su tutto, la Fallaci non rinunciò ad esprimersi riguardo alla questione dell’Islam, in particolare dopo la tragedia dell’11 settembre. Queste le terribili e veritiere parole tratte da “La rabbia e l’orgoglio”, quando afferma che la Jihad è

“una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime: alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà, all’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. E se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare.”

Una scrittrice rivoluzionaria, dirompente, dal temperamento impetuoso i cui testi vivranno per sempre, non cadranno tra i rifiuti del tempo.

Clara Letizia Riccio

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