Politiche di respingimento e nuovi muri: è il turno dell’Ungheria

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Muro Ungheria
Muro Ungheria

In Europa, a quanto pare, verrà eretto un altro muro, o meglio, una barriera di filo spinato, al confine fra Ungheria e Serbia, da cui solo quest’anno decine di migliaia di profughi hanno provato a raggiungere lo Stato magiaro per cercare una vita migliore.

Responsabile della decisione il Parlamento ungherese, che il 6 luglio scorso ha approvato una legge che prevede l’espulsione con procedura accelerata degli immigrati e l’edificazione della barriera lungo tutta la frontiera con lo Stato serbo.

A chi si stesse chiedendo perché l’Ungheria sia così importante da un punto di vista logistico per le rotte dell’immigrazione, si può rispondere che è proprio da lì che i flussi provenienti da Grecia e Turchia provano a passare per raggiungere l’Unione Europea.

Dalla Grecia, dove il momento economico è pessimo e le procedure d’asilo possono durare molto tempo, la maggior parte dei migranti arriva con l’intenzione di varcare i confini con la Macedonia e provare a raggiungere altri Stati membri dell’Unione.

Il destino che attende queste persone è fatto di arresti arbitrari e lunghi periodi di detenzione nei centri di accoglienza macedoni per stranieri, senza alcuna tutela legale e in condizioni disumane.

Da un punto di vista puramente statistico, le cifre a cui si è fatto riferimento in apertura rappresentano un dato molto importante, poiché la rotta dei Balcani occidentali ha ormai superato quella del Mediterraneo, diventando così la via più trafficata verso l’UE, di cui – ricordiamo – l’Ungheria fa parte.

Il primo ministro ungherese Viktor Orban
Il primo ministro ungherese Viktor Orban

Quest’ultimo elemento ci permette di osservare come Budapest non sia del tutto libera di gestire in totale autonomia le sue politiche migratorie. La modifica della normativa, decisa la scorsa settimana, rientra tuttavia in un più ampio disegno di contrasto al fenomeno, diventato, a detta degli ungheresi, non più sostenibile.

Non è un mistero che, da quelle parti, la politica della Fidesz (Unione Civica Ungherese) di Viktor Orban e del suo Primo Ministro Peter Szijjarto sia improntata all’ultranazionalismo ed alla xenofobia, e per questo poco incline a tendere una mano a coloro i quali chiedono asilo.

L’Unione Europea, probabilmente, non è in grado di dare lezioni a nessuno sull’argomento, e pertanto i primi, giusti, richiami sono arrivati da Amnesty International, autrice del report sugli abusi perpetrati in Serbia e Macedonia nei confronti dei migranti richiedenti asilo che in queste zone, come già accennato, rimangono vittime di estorsioni e violenze da parte sia delle bande criminali che dalle autorità locali, e sono abbandonati – si legge nel comunicato – “da un sistema di asilo UE fallimentare”.

Anche l’ONU è intervenuta nel dibattito internazionale, criticando con durezza le nuove regole in base alle quali le autorità ungheresi potranno cancellare le richieste d’asilo nel caso in cui i richiedenti lasceranno la loro residenza per più di 48 ore senza autorizzazione.

Mentre i paesi dell’Unione Europa stanno a guardare, litigando penosamente sulle quote immigrati e dimostrando al mondo che pensare al proprio orticello è sempre più conveniente che ragionare come una vera comunità internazionale, dall’estero qualcosa si muove.

C’è da augurarsi che il risultato vada ben oltre la modifica di una normativa nazionale, e si concentri anche sull’assistenza materiale alle migliaia di esseri umani intrappolati in una terra di nessuno ma diretti verso chi non li vuole ricevere.

Carlo Rombolà

Fonte immagine in evidenza: il Manifesto

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest'ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l'Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l'inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v'è rimedio. Per fortuna.

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