This is a coup: il governo Tsipras a rischio

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Governo Tsipras a rischio
Governo Tsipras a rischio

“This is a coup” è stata una delle frasi più adoperate per commentare il trattamento riservato alla Grecia dalle istituzioni creditrici, con Martin Schulz che chiedeva la sostituzione del governo greco con uno tecnico e di transizione con cui siglare l’accordo (dichiarazione che potrebbe adesso costargli il posto), con l’FMI che richiedeva il cambio di governo come condizione minima per proseguire le trattative, e con Schauble che ha concluso dichiarando di considerare la Grexit la migliore soluzione.

Non sono riusciti nei loro intenti, ma le vicende politiche greche sembrerebbero autonomamente (forse) condurre al risultato sperato. Il voto di mercoledì, che ha ratificato le misure lacrime e sangue necessarie per ottenere nuova liquidità, ha spaccato Syriza, con l’ala ortodossa che dichiara di non voler far cadere il governo, ma nel contempo di essere pronta a farlo andare sotto alle prossime votazioni, e con il fido alleato Anel, succube della politica di Tsipras, che sembra essere pronto ad abbandonare la barca di Alexis e lasciarlo affondare (e, con lui, anche la Grecia).

Il presidente del consiglio ellenico sa che in una simile situazione potrebbe essere costretto a formare un governo di coalizione con PASOK e POTAMI, ovvero i due partiti travolti dall’oxi: salverebbe Atene, ma sancirebbe la sua scomparsa dalla scena politica, e per questo pensa alle prossime mosse da seguire: ottenere la liquidità dell’ELA con il supporto di Mario Draghi, far riaprire le banche (così da recuperare consenso) ed andare ad elezioni dopo la bufera, forse già negli ultimi mesi del 2015. Non si può comunque non considerare l’ipotesi che egli non voglia in alcun modo correre il rischio di una nuova tornata elettorale, e paventi tale possibilità per tenere unita l’attuale coalizione governativa.

E nelle turbine della politica interna greca arriva una buona notizia per Tsipras: il prestito ponte di 7 miliardi di euro è pronto ad arrivare, nonostante le opposizioni dell’Inghilterra (che considera la questione greca un problema della zona euro, e non dell’UE) e della Germania (l’accordo con la Grecia mette in pericolo una Angela Merkel assediata dai socialdemocratici, che si sono risvegliati tardivamente, e dai verdi, che parlano di Schauble quale “vergogna d’Europa”). Il lavoro non è finito: la situazione finanziaria di Atene è terrificante, ed i 7 miliardi serviranno soltanto a ripagare alcuni creditori (sembra quasi che si stiano autofinanziando) e gli stipendi pubblici. Forse, anche qualche debito verso i privati cittadini (Varoufakis aveva fatto ricorso ad un default interno, non pagando più i crediti vantati dalle imprese verso lo Stato). E per il futuro serviranno altri miliardi, tra 82 e 86 secondo l’accordo. A patto che la Grecia faccia le riforme.

“Scusate, ero impegnato a salvare l’Europa”: così il nostro presidente del Consiglio ha giustificato il suo ritardo all’ONU. L’Italia, a dir il vero, ha mantenuto un basso profilo, prima appoggiando la Germania e subito dopo offrendo il proprio ruolo di mediatore alla Grecia (offerta rifiutata). E forse ne è conscio il presidente Mattarella, di solito silenzioso, che ha parlato di una Europa solidale e della necessità che l’Italia svolga un ruolo di primo piano. Più che un appoggio, un rimprovero al governo Renzi.

Vincenzo Laudani

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