Il costo marginale zero dell’economia digitale

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La contabilità nazionale indica la domanda aggregata come la somma delle spese effettuate per l’acquisto di beni nazionali nel corso di un anno: consumi, investimenti privati, investimenti pubblici ed esportazioni nette.

La New Economy che si è sviluppata in tutto il mondo ha cambiato radicalmente i soggetti presenti in tale definizione passando da un economia fondata su un patrimonio industriale ad una economia dei servizi immateriali.

Pier Luigi Zampetti (1927- 2003), docente di Filosofia del diritto a Milano, preside della facoltà di Scienze politiche all’Università di Trieste e infine a Genova, poi membro del Consiglio Superiore della Magistratura, nel 1984 scrisse: “Il valore è legato all’essere. E l’essere è rappresentato da beni, servizi e lavoro che sono realtà del mondo fisico. La realtà economica nelle concezioni delle piu recenti teorie economiche è invece costituita da simboli: la moneta e il credito”.

Mentre in passato era necessaria la sicurezza che il possesso di moneta potesse in ogni momento coincidere con un potenziale possesso di merci, si è via via sviluppata la volontà di possedere capitali finanziari rappresentati da una ricchezza accumulata e tenuta sotto forma di moneta e non di beni. Tuttavia come ha ribadito Zampetti nel 2000 “Con la prevalenza dell’economia finanziaria su quella reale è ragionevole ritenere che, il sistema si incepperà”. E difatti una sovraesposizione al debito connessa a tale tipologia di economia ha portato a crisi passate e presenti e ad una forte disuguaglianza dei redditi.

Al fallimento di questa economia e alla ricerca di una invece sempre più sostenibile, che potesse radicalmente ridurre gli squilibri economici e sociali si è accompagnato un fortissimo sviluppo tecnologico.

Jeremy Rifkin, che è stato consulente per la Commissione Europea ha detto: “la rivoluzione tecnologica è tanto radicale nella sua produttività da ridurre il costo marginale quasi allo zero rendendo i prodotti non più legati alle logiche di mercato“.

Internet è l’emblema di tale cambiamento perché permette di distribuire a  prezzo sempre più basso i prodotti abbattendo i costi di gestione e svincolando le aziende da uno spazio predefinito. La recentissima economia digitale, che ha sviluppato nuove forme di relazioni economiche e sociali, è piena rappresentazione della metamorfosi che il mercato ha subito e i Governi sono ben consapevoli dei benefici economici apportati da essa. Questa affermazione è tangibile grazie ai dati raccolti dalla European Commission secondo i quali l’economia digitale contribuisce fino all’ 8% del PIL dei paesi del G20.

L’”OECD Digital Economy Outlook 2015” rende evidente quanto sia necessario che i paesi incoraggino, gli enti privati e quelli pubblici, ad un utilizzo sempre piu massivo delle ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) e di Internet.

È opportuno rendere noto l’articolo 3 della nuova “Carta dei diritti di Internet”, approvata alla Camera il 28 luglio 2015:“le istituzioni pubbliche assicurano la creazione, l’uso e la diffusione della conoscenza in rete intesa come bene accessibile e fruibile da parte di ogni soggetto”.  L’Italia, a causa dei bassi investimenti sulle reti di nuova generazione, che si traduce in  poche persone che utilizzano internet, ha uno “spread digitale” che pesa sull’economia italiana per 3,6 miliardi di euro, classificandosi inoltre come uno dei paesi con minore percentuale di imprese che si occupano di e-commerce in tutta l’Eurozona contro il 22% in piu delle vendite registrate dalle PMI, negli altri paesi, che utilizzano internet .

Avviando uno switch off dei processi, da fisici a digitali e un aumento di un punto percentuale nella penetrazione della banda larga sulla popolazione si produrrà un aumento di 0,1% della produttività (Commissione Europea, 2009)  che alimenterà la crescita e creerà nuovi posti di lavoro.

Beatrice Rossano

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