6° Comandamento: cancellazione dei sussidi alle imprese

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6° Comandamento: cancellazione dei sussidi alle imprese

Riprendiamo dopo la pausa estiva il nostro viaggio tra i miei dieci comandamenti per un’Italia migliore affrontando il 6°: cancellazione dei sussidi alle imprese.

Prima d’iniziare devo confessare il mio iniziale imbarazzo nel trattare un argomento che ha visto impegnati nel recente passato illustri economisti del calibro di Giavazzi e Cottarelli (per dirne solo due) e in questi ultimi mesi anche il consulente economico di Renzi Yoram Gutgeld. Ricordando però l’intento che mi ha spinto ad iniziare questo percorso (provare a stimolare la discussione utilizzando buon senso, dati affidabili ed un linguaggio “accessibile” ai più) ho vinto i miei timori reverenziali e ho incominciato a scrivere nella speranza di raggiungere l’obiettivo.

Per affrontare l’argomento attraverso un percorso logico, inizieremo dapprima a capire quali siano le modalità con cui vengono forniti i sussidi alle imprese, verificheremo poi quale sia l’ammontare complessivo di questi sussidi, da chi e a chi viene assegnato ed infine cercherò di far comprendere i motivi della mia proposta.

La principali tipologie di trasferimenti alle imprese sono sostanzialmente quattro (mi perdonerete alcune semplificazioni utili, spero, alla comprensione dell’argomento):

  1. Contributi in conto capitale e in conto impianti: utili a sostenere gli investimenti di società nuove e non;
  2. Contributi in conto interessi: che riducono gli interessi passivi delle imprese finanziate;
  3. Contributi in conto esercizio: per aiutare la gestione delle imprese;
  4. Agevolazioni fiscali, contributive e previdenziali: riducono l’ammontare delle imposte da pagare.

Sebbene i sussidi derivanti dalle agevolazioni abbiano una rilevanza economica piuttosto elevata (si stima oltre 30 mld), in questa discussione farò riferimento agli importi derivanti solo dai primi 3 punti, sia perché per l’ultimo non sono presenti – o almeno io non sono riuscito a trovarne – dati affidabili della loro reale massa e distribuzione, sia perché in qualche modo hanno l’effetto di diminuire la tassazione complessiva a carico delle imprese o delle famiglie anche se con possibili fenomeni distorsivi del mercato e della concorrenza.

Ora che conosciamo le modalità con cui vengono trasferiti i fondi dallo Stato verso le imprese, possiamo parlare di numeri e quindi verificare quali siano gli importi in ballo. Qui mi è utile specificare – per evitare noiose discussioni – che, essendomi imbattuto in numeri anche sostanzialmente molto differenti, i dati a cui faccio riferimento sono tutti pubblicati dalla ragioneria generale dello Stato.

I trasferimenti possono essere assegnati come contributi alla produzione, agli investimenti o come correnti diversi così come rappresentato nello schema qui di seguito:

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Da queste prime informazioni possiamo notare come i trasferimenti, nei quattro anni considerati, siano scesi di oltre 8mld, ma purtroppo concentrati quasi interamente nella parte dedicata agli investimenti. Non pensate anche voi che se lo Stato deve proprio spendere i nostri soldi, sarebbe meglio lo facesse per la modernizzazione delle imprese piuttosto che per diminuire il loro gap competitivo e garantirne la sopravvivenza?

Gli importi vengono assegnati per metà dalle amministrazioni centrali (Stato e ANAS) e per l’altra metà dalle amministrazioni locali, così come rappresentato dalla prossima tabella:

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Per quanto riguarda le amministrazioni territoriali il grosso della spesa (circa 80% del totale) viene distribuito dalle Regioni per il sostegno del trasporto, ed in particolare quello ferroviario.

Analizzando i conti dello Stato possiamo avere un dettaglio migliore su chi beneficia di questi trasferimenti sia per quanto riguarda la parte di contributi alla produzione…

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sia per i contributi agli investimenti:

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Come immaginerete non tutti questi costi sono eliminabili – in alcuni casi il mercato non sarebbe interessato ad intervenire in sostituzione dello Stato, in altri possono produrre una spirale positiva per il paese (per esempio il sostegno alla ricerca e sviluppo) – ma allora qual è l’importo su cui si potrebbe contare? Non è pensabile in questo documento, anche con le semplificazioni del caso, illustrare le molteplici stime prodotte, ed allora vi rimando alla lettura del “rapporto Giavazzi” che è per me il più completo ed accurato testo sull’argomento in cui ne vengono presentate molte e in cui lo stesso rapporto valuta credibile un range tra i 9 e gli 11 miliardi di euro su cui lavorare.

Qualcuno si domanderà perché mai si dovrebbe, in un periodo così difficile per la nostra economia, interrompere questo flusso di denaro che può fungere da stimolo al suo sviluppo. La risposta dipende molto da come si decide di utilizzare i risparmi derivanti dal taglio di questi 9-11mld; certamente, se si investissero i risparmi in nuove spese (magari improduttive) non si avrebbero benefici, ma se supponiamo di utilizzarli per ridurre la pressione fiscale, magari agendo sul cuneo fiscale, avremmo un beneficio superiore per il Paese con impatti positivi anche sul mercato del lavoro, eviteremmo distorsioni della concorrenza, si impedirebbero le assegnazioni a fini clientelari e probabilmente molte delle imprese beneficiarie di queste prebende dovrebbero sforzarsi di diventare competitive per propri meriti piuttosto che vivere di assistenza.

Purtroppo vedo difficile un reale impegno del governo Renzi, o di altri nel futuro, nel seguire la direzione dello sfoltimento dei sussidi alle imprese: in Italia è ancora significativamente presente (con il beneplacito del popolo abituato a farsi accudire da anni di spesa pubblica senza confine) la concezione di uno Stato socialista in grado di conoscere esattamente come, dove e a chi assegnare le risorse sfilate dalle nostre tasche e soprattutto perché sarebbero troppi i voti a rischio: in un Paese in cui è più usuale comprare il consenso piuttosto che conquistarlo, temo che questo ultimo elemento sia un ostacolo troppo arduo da superare.

Corrado Rabbia

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