Immigrazione e intolleranza, intolleranza e razzismo, razzismo e inciviltà: parole che ricorrono spesso, che i media enfatizzano al punto da tramutarle nella spiegazione più adeguata per ogni circostanza che conti una vittima, un sopruso, una bruttura ai danni di un extracomunitario. Parole che hanno costituito, e probabilmente costituiranno in futuro, un capo d’accusa anche per Cameron, Primo Ministro del Regno Unito, e per il suo Governo.

Mentre l’austera Germania promuove presso tutti i paesi membri dell’UE una campagna di sensibilizzazione a favore del massiccio flusso migratorio, Cameron chiude le frontiere – o, per meglio dire, dando voce ai malcontenti radicati nella popolazione, annuncia per il Regno Unito la necessità di reinventare la propria politica nei confronti di tutti coloro che approdano nella nazione senza un regolare contratto di lavoro.
I “flussi migratori” di Cameron non sono solo, né necessariamente, i profughi di guerra e i rifugiati politici, ma sono anche i vari italiani, spagnoli, francesi che lasciano la sterile madrepatria per cercare fortuna nel Regno Unito, profittando del welfare inglese.

Ciò cui allude il governo britannico è sostanzialmente ciò che potremmo chiamare autoconservazione. Cameron, non troppo tempo fa, ha attaccato Schengen affermando che «libera circolazione significava libertà di spostarsi per lavorare, non libertà di attraversare le frontiere per cercare un lavoro o usufruire dei benefici»; concetto rafforzato da May, Ministro degli Interni, quando a proposito dell’immigrazione sostiene che esercita «pressione sulle infrastrutture, come case e trasporti, e sui servizi pubblici, come scuole e ospedali» – parafrasando, May e Cameron accusano l’immigrazione di essere un fattore insostenibile se rapportato alle risorse del Paese.

Per Cameron, da un lato l’accusa di intolleranza, dall’altro il principio di autoconservazione.

Una modesta scossa alla politica sopracitata è data dallo stesso Cameron, che dinanzi all’immagine di un bambino senza vita non ha potuto fare a meno di adeguarsi al pianto comunitario e dirsi disponibile a prestare soccorso a un certo numero di siriani.
Se si tratti di un gesto per demolire le accuse di intolleranza o se sia scaturito da una sincera partecipazione al dolore altrui, non è possibile saperlo.

Ciò che è certo è che il Regno Unito si prepara a un nuovo referendum: restare o meno nell’Unione Europea. Le notizie disponibili chiariscono che parte della popolazione opterebbe per l’uscita dall’Unione, nel caso in cui non fosse possibile porre un freno all’esubero di immigrati – comunitari o meno, non fa differenza.

Si torna dunque al quesito principale: intolleranza o autoconservazione, qual è il confine? Soprattutto, sono entrambi condannabili?
Nel contesto odierno – dove si mescolano malamente crisi economiche, guerre, ideologie, insoddisfazione, disoccupazione, disorientamento – è quasi impossibile identificare quel confine, ma ancora più complesso è non giudicare: non giudicare chi fugge e cerca riparo, non giudicare chi ottempera doveri e di conseguenza esige diritti.

Forse, allora, è l’attenzione ad esser posta sull’elemento sbagliato. I riflettori non vanno orientati su Cameron che chiude le frontiere affinché le risorse disponibili non diventino insufficienti, né sulla Germania che incita alle quote e ai diritti umani, bensì a un sistema che vanta la pretesa di risolvere le conseguenze di un problema tralasciando il problema stesso.

Rosa Ciglio