La solitudine ai tempi dei social network

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“Abbiamo dimenticato cosa sia guardarsi l’un l’altro, toccarsi, avere una vera vita di relazione, curarsi l’uno dell’altro. Non sorprende se stiamo morendo tutti di solitudine.”

Queste le calzanti e veritiere parole di Leo Buscaglia che descrive l’insostenibile e molesta condizione della solitudine che nell’epoca attuale, in cui la tecnologia domina incontrastata, dilata il suo baratro lugubre. Attualmente “solitudine” significa scorrere il display dello smartphone e non trovare alcun messaggio o notifica, non avere alcun contatto in rubrica con cui chattare assiduamente, non ricevere alcun like alle foto che incessantemente compaiono sui social network. Questi ultimi, nati con il nobile scopo di accorciare le distanze, al contrario, hanno creato insondabili e infrangibili barriere tra le persone. Si avverte il peso della solitudine anche nello stretto perimetro di una stanza, nel caotico trambusto della folla, anche quando si è “in compagnia” delle altre persone, inevitabilmente si finisce per essere in compagnia solo del proprio cellulare. I social network, tuttavia, hanno spietatamente infangato l’ambiguo e vago concetto di essa.

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La solitudine si differenzia nettamente dall’abbandono o dall’emarginazione, in quanto essa può essere sia il frutto di una scelta consapevole, oppure, può scaturire da una sorta di imposizione. L’abbandono, invece, subentra nel momento in cui l’uomo si ritrova in uno stato in cui è solo con se stesso per volontà degli altri, è costretto forzatamente ad isolarsi, ed entra in una condizione “intrisa di vittimismo per il non amore dell’altro”. Friedrich Nietzsche affermava al proposito:

“Una cosa è la solitudine, altra è l’abbandono”

La situazione in cui si riversa oggigiorno, innescata dai social network, mostri indomiti della modernità, assume le drammatiche sembianze dell’alienazione e dell’estraniazione.

“L’estraniazione non è solitudine. La solitudine richiede che si sia soli, mentre l’estraniazione si fa sentire più acutamente in compagnia di altri.”

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Le parole di Hannah Arendt dipingono perfettamente il sintomatico pregio della solitudine e l’incommensurabile differenza rispetto all’estraniazione. Nella prima condizione l’uomo, a dispetto di quanto possa apparire, non è solo, in quanto è in compagnia di se stesso e si smarrisce mirabilmente nella contemplazione estatica di se stesso. Egli impara a conoscersi, a perdersi nei meandri della sua coscienza, nei suoi abissi, e solo in questo modo riesce a stabilire un contatto autentico e disinteressato con i suoi simili. Nella seconda condizione, al contrario, l’uomo è in catene, vittima inesorabile degli altri di cui ha un impellente bisogno. Egli si ancora ai rapporti che intrattiene, si impernia su di essi, non riesce a farne a meno, ne diventa dipendente e, in questo modo, qualsiasi relazione instauri sarà sempre minata dalla morbosità martellante, intrinseca in lui e non potrà mai rivelarsi autentica e limpida. Oggi come oggi, è l’alienazione che trionfa ineluttabilmente e ciò è dovuto soprattutto all’azione delle piattaforme digitali che trascinano tutti quelli che ne fanno uso in un assordante silenzio, che induce anche a travisare la realtà virtuale, identificandola con quella concreta. Si genera così un’immedesimazione tra l’uomo e la tecnologia, come se diventassero un tutt’uno e in questa prospettiva ognuno è solo nel proprio mondo, in compagnia dell’unica dimensione virtuale, con una necessità sempre più incalzante di quella reale.

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Vivere in un mondo proiettato esclusivamente in una visione prettamente irreale della vita non solo partorisce illusioni, ma fa sì che si smarrisca il gusto squisito e, ormai rarissimo, delle cose concrete, reali. Tra le persone si innalzano mura da abbattere. Abbattere solo attraverso l’ausilio indispensabile di un modus vivendi tipico dei vecchi tempi: con una fragorosa chiacchierata davanti ad una tazza fumante di caffè, con una passeggiata tra le vie della città, con un buon libro da leggere, soli con se stessi e con i propri simili, privi di alienanti marchingegni tecnologici, di esclusiva virtualità, di “una droga di parole che dà la sensazione di esserci nel mondo, senza più sapere cosa sia il mondo”, come quella dei social.

Clara Letizia Riccio

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