Siria: la nuova strategia della Francia di Hollande

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Durante la conferenza semestrale a Parigi, il presidente francese Hollande è stato chiaro: «Quello che vogliamo oggi in Siria, è conoscere e sapere quello che si sta preparando contro di noi e tutto quello che si fa contro la popolazione Siriana». Semplici parole per dare il via al piano di attacchi aerei che, prossimamente, l’aviazione francese attuerà sul territorio siriano.
Si tratta di un cambio di strategia poiché Parigi, sino a questo momento, si era limitata ad agire in Iraq insieme alla coalizione arabo-occidentale guidata da Washington nel quadro dell’operazione Chammal messa in atto per difendere i territori contro l’avanzata dello spietato Stato Islamico.

Il nuovo programma previsto per la Siria, ideato con l’obiettivo di prevedere la minaccia di attentati sul suolo francese, dà però molto da riflettere.

L’8 settembre, due aerei Rafale dell’aviazione militare francese si sono alzati in volo dalla base aerea numero 104 di al-Dhafra ad Abu Dhabi nel Golfo Persico, per effettuare una prima missione di ricognizione nei cieli siriani. Come confermato dal ministro della difesa francese in un’intervista a Reuters, i due caccia hanno al momento il compito di raccogliere informazioni, in particolare immagini ad alta e bassa quota relativa ai gruppi terroristici della zona. Infatti, stando alle indicazioni dello Stato Maggiore, i due aerei sarebbero muniti di apparecchi in grado di scattare foto e registrare video in alta risoluzione, per poi essere raccolti, analizzati e trasmessi dalla base di al-Dhafra.

Sino ad ora il Governo francese si era sempre opposto all’intervento militare in Siria perché, come dichiarato dal presidente Hollande, gli attacchi sferrati dai francesi sarebbero stati interpretati come un segno dell’aiuto di Parigi al regime di Bachar al-Assad, quest’ultimo giudicato dai francesi stessi quale principale responsabile della guerra in corso da oramai quattro anni nel paese. Infatti, attaccare i miliziani in Siria permetterebbe al regime, identificato dal presidente Hollande come «da neutralizzare», di riprendere posizione.

Ma qualcosa è cambiato: Parigi fa sentire la sua presenza nel cielo siriano dando un chiaro avviso sulla possibilità di futuri raid, come sta già facendo la vicina Inghilterra. Il primo ministro David Cameron ha fatto sapere che il 21 agosto un drone della Royal Air Force ha ucciso tre uomini membri dell’Isis di cui due britannici. Attacchi che non rientrano nel piano della coalizione ma che sono stati effettuati a titolo preventivo dal singolo stato.

Questo cambio di strategia dona un posto importante al presidente francese nella negoziazione internazionale sulla risoluzione del conflitto. Dall’inizio della crisi in Siria, la Francia accompagna il popolo nella lotta per avere un paese libero, democratico, stabile e garante delle libertà e dei diritti per tutte le minoranze, avendo anche riconosciuto, il 13 novembre 2012, la coalizione nazionale siriana come la sola rappresentante legittima del popolo siriano. Difatti, il 2 marzo dello stesso anno la Francia ha persino deciso di chiudere l’ambasciata in Siria, stanziando, per non abbandonare il popolo, 45 milioni di euro per l’aiuto umanitario.

«Anche se con un po’ di ritardo è di sicuro una risposta diretta al problema ma i bombardamenti non sono sufficienti a risolverlo», afferma Myriam Benraad del Centro di Ricerche Internazionali di Sciences Po a Parigi. Dello stesso parere è anche Claire Talon della Federazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo: «È più di un anno che gli attacchi della coalizione non cambiano le cose anzi, hanno favorito l’avanzata di Daech (Isis) in Siria. L’urgenza deve essere quella di trovare una soluzione politica per ottenere la caduta di al-Assad responsabile delle violenze», soluzione che andrebbe ricercata insieme agli altri paesi, ma Russi, Occidentali e Iraniani sembrano ancora ben lontani da voler collaborare.
«L’Italia  ha annunciato Matteo Renzi  non partecipa a iniziative come quelle che Francia e Inghilterra hanno annunciato di studiare. A mio giudizio occorre che la comunità internazionale abbia un progetto di lungo termine. Le iniziative spot servono e non servono».

Giuseppe Ianniello

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