3 buoni motivi per abolire i criminality show

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Criminality Show
Criminality Show

Criminality show. Qualcuno ne ha sentito parlare, a tutti è capitato di vederli.

Non confonda questa nuova e forse ad alcuni sconosciuta denominazione, che fa il verso ad un altro format televisivo, il sicuramente ben più noto reality show. Il criminality show è uno dei format televisivi più in voga degli ultimi anni, perché foriero di un seguito garantito, ormai ritualizzato. Inscenare un criminality show è facile: prendi un delitto di efferata violenza, o che perlomeno alluda ad una qualche perversione sessuale e parlane per due mesi. Prendi la vittima, prendi il presunto colpevole e parlane per due mesi. Prendi degli “opinionisti” (altra denominazione poco chiara) e falli dibattere per due mesi sul delitto. Prendi un conduttore televisivo e fallo sorprendere, indignare, rattristare per due mesi. Prendi i parenti della vittima, prendi i parenti del presunto colpevole, e intervistali per due mesi. Il gioco è fatto.

Ovviamente questa “ricetta” del format, benché renda abbastanza l’idea, è estremamente semplificata, nel senso che i due mesi prima citati sono pura convenzione, una stima al ribasso per delitti poco “intriganti”. Per le belle storie che non invecchiano mai, quelle che accomunano generazioni e generazioni, la stima di due mesi è irrisoria.
Amanda, Sarah, Erika e Omar, Zio Michele, Erba, Garlasco, Circeo, Annamaria Franzoni, il piccolo Tommy, la scomparsa Denise, Yara. Ma la lista non è aggiornata, con quante altre storie e quanti altri personaggi abbiamo imparato a familiarizzare!

Visti così, tutti insieme, la prima sensazione che si prova è quella di vivere in un paese di folli seviziatori, nel quale l’orco di turno potrebbe nascondersi, chissà, magari nella nostra stessa zona di residenza o peggio nel nostro stesso appartamento.Questa paura non è affatto da considerarsi eccessiva, ma al contrario del tutto naturale e logica. Le storie sopracitate possiedono infatti una caratteristica che le accomuna tutte: il colpevole è sempre una persona molto vicina alla vittima, spesso un parente, mai un perfetto sconosciuto (ad eccezione forse dei fatti del Circeo dei quali si dirà in seguito).
Avvalendomi di tre argomentazioni spero ben motivate, lancerò il mio personale appello affinché tale strazio possa un giorno cessare, o per lo meno provocare ancor più fastidio nei telespettatori di tutto il paese (sognando la rivolta).

1) I criminality show sono ansiogeni
Parlare di ansie e paure coscientemente non è mai facile. Sono concetti talmente utilizzati nella nostra lingua e nella nostra quotidianità che il loro significato è via via sempre più sfumato verso l’indeterminatezza, così che almeno per chi non soffre di patologie croniche scatenate dall’ansia questa potrebbe sembrare sempre un problema di poco conto.
“Che ansia!”, “sono ansioso di vederti”, la preoccupazione e la trepidazione sembrano quasi ad oggi un modo di colorire il nostro parlato, banali come un intercalare.
Ansie, preoccupazioni e paure in realtà caratterizzano la nostra epoca, al punto che alcuni studiosi considerano l’incertezza come lo standard emozionale del nostro odierno vivere (ma per riferimenti scientifici si vedano gli scritti ad esempio di Bauman o Beck, e i loro concetti di “modernità liquida” e “società del rischio”).

Vivere nell’incertezza e in uno stato d’ansia ingiustificato è dannoso sia per il proprio fisico, come testimoniano numerosi studi riguardanti gli effetti dello stress sul corpo umano, sia per la propria vita sociale, in quanto inibisce il nostro senso di socialità e solidarietà.
Invito il lettore a fare un breve resoconto mentale, e stilare una lista delle persone coinvolte in omicidi che direttamente o indirettamente hanno conosciuto nel corso della propria vita. L’esperienza diretta vi suggerirà subito che il delitto, e le macchinazioni demoniache, sono in realtà assai più lontane dal nostro cortile di casa di quanto dopo un pomeriggio su Canale 5 potrebbero sembrare.

Un tempo l’uomo non poteva contare che sulle proprie personali esperienze, il fuoco bruciava perché una volta ci si era messa una mano sopra. Oggi viviamo in quella che viene chiamata “realtà mediata”, nella quale, come suggerisce il nome, i media hanno un ruolo fondamentale nella definizione delle nostre percezioni, e quindi delle nostre paure. Non più noi che mettiamo la mano sul fuoco insomma, ma qualcuno che lo fa al posto nostro, e dal quale ci aspettiamo una reazione genuina.

Alcuni studiosi danno per certo che instaurare ansia in qualcuno vuol dire portarlo a consumare. Tipico è il caso dell’uomo con bassa autostima che la innalza a suon di appariscenti automobili e costosi abiti. Ma al di là di queste teorie da molti bollate come complottiste c’è di certo che un mercato sicuramente trae benefici da un clima di ansia diffusa, quello della sicurezza. Telecamere a circuito chiuso, allarmi, armi, servizi di sorveglianza, investigatori privati, nuove serrature a prova di forzatura, bullock per le auto: l’ansia fa vendere eccome!
Ad essere trascurata, in questa escalation di protezioni, è ovviamente la nostra privacy, ma d’altronde perché preoccuparsi delle telecamere nei giardini pubblici quando potrebbero consegnare alla giustizia un efferato serial killer? Per non parlare di quando l’ansia si trasforma in azioni, e dà il via a comportamenti spesso iperaggressivi, razzisti, o alle famose “ronde cittadine”.

2) Non sono di pubblico interesse
Molto brevemente, un avvenimento di pubblico interesse è, consultando vari dizionari della lingua italiana, un qualcosa in grado di modificare l’opinione pubblica della popolazione. Consentito alla professione giornalistica è il rivelare verità anche scomode e anche in maniera illecita purché esse siano appunto in grado di condizionare l’opinione pubblica, intesa come la fonte di legittimazione di qualunque carica elettiva della nostra nazione. Infatti, dato che le politiche sociali vengono decise dalla classe politica, che è legittimata al proprio incarico dal voto del popolo, l’opinione di questo viene tutelata dal nostro ordinamento, in quanto in grado di cambiare il corso degli eventi.

Ora, come ho precedentemente fatto notare, una caratteristica comune di molti casi esaminati nei criminality show è la ristretta cerchia sociale nel quale vengono consumate le malefiche trame che portano al delitto.
Per quanto in alcuni casi sono interessanti per comprendere l’evoluzione dei rapporti intimi ai nostri giorni, le riflessioni su delitti che si consumano spesso tra le mura domestiche non offrono dati e spunti significativi per un eventuale politica di prevenzione del problema. I mariti gelosi e i disturbati mentali esistono da sempre, e appare impossibile pensare ad una soluzione politica della questione, che è quello che dovrebbe interessare l’opinione pubblica.

Le storie delle centinaia di vittime avvelenate da inquinamento idrogeologico di certo non appassioneranno come le torbide trame amorose della giovane vittima di turno, ma sono per la classe dirigente una problematica risolvibile e riguardo la quale una più alta attenzione della popolazione potrebbe fare molto. Lo stesso vale per i casi di malasanità, le morti bianche, ma anche per delitti come quello del Circeo, che al tempo diede l’avvio ad una seria riflessione intellettuale sulle condizioni esistenziali dei giovani italiani, ad esempio grazie all’opera illuminata di Pasolini. Segno che quando la riflessione è logica e non sacrificata all’audience o alla ricerca di facili empatie anche da casi del genere possono nascere proposte significative (Pasolini propose tra il serio e il faceto l’abolizione delle scuole medie obbligatorie, per non angosciare i nuovi giovani operai con l’ansia del non sapere, a suo avviso aumentata dal sapere poco).

3) Semplificano il concetto di criminalità
Ma un’altra grande colpa, sicuramente non esclusiva, dei criminality show è un’assoluta semplificazione del concetto di criminalità. Come appena detto, ad operare in tal senso non sono solo questo tipo di programmi tv, ma purtroppo anche l’informazione che viene data da molti giornali e telegiornali nazionali. La parola “criminalità” sta coincidendo sempre più con quella “omicidio”, un avvicinamento pericoloso.
Si rischia, come in effetti sta accadendo, di trascurare molte altre forme di criminalità, come la diffusa corruzione, il vandalismo, le nebulose operazioni economiche che hanno un’influenza diretta sulla qualità della vita dei cittadini. La compassione per la perdita di una vita umana è atto dovuto e ineccepibile, ma a patto che non sia il solo pensiero di una popolazione come quella italiana che avrebbe tanto da contestare all’amministrazione statale per altre questioni, spesso molto più vicine e dannose rispetto ai delitti spettacolarizzati.

In ultima analisi, vorrei lanciare un monito. Decontestualizzare volontariamente il crimine, far pensare che si tratti unicamente di una colpa individuale, della colpa di un uomo e non di un cittadino, potrebbe portare a conclusioni inquietanti. Eliminare le mele marce potrebbe sembrare la soluzione più logica.

Valerio Santori

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Nasce a Roma il 9/5/1995 e tutt'oggi vive beatamente. Studia Comunicazione, tecnologie e culture digitali presso l'Università La Sapienza di Roma. Fedele a Pasolini, Stanis La Rochelle e pochi altri. Per contattarlo: valerio.santori@virgilio.it

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