Che fine ha fatto l’Unione?

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Che fine ha fatto l'Unione
Che fine ha fatto l'Unione

L’Unione Europea è un progetto politico sorto dalle ceneri delle due Grandi Guerre che sconvolsero l’umanità durante la prima metà del XX secolo, due guerre ideologicamente basate sul nazionalismo più sfrenato, sulla voglia di sopraffazione di un popolo sull’altro, ma anche sulla voglia di riscatto dei popoli europei che, smarriti tra il conflitto sociale e la povertà più sfiancante, decisero di affidarsi alle parole di rabbia ed odio che i potenti che in quel periodo storico portavano avanti.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale molte menti illuminate lanciarono allora un messaggio: “Deponiamo le armi e costruiamo uno Stato di diritto che possa portare uguaglianza, solidarietà e pace e che da Roma a Parigi possa essere l’esempio per un mondo più giusto“. Al di là della retorica e dell’uso spesso distorto che i nostri politici possono aver fatto di questo messaggio, non c’è dubbio che l’idea di un’Europa federata capace di farsi foriera dei diritti umani e di una società più giusta, oltre le differenze di classe, di sesso e luogo di nascita, possa essere affascinante.

Ma che cosa è rimasto di quell’idea oggi, che pure abbiamo un organo politico, almeno nel nome, europeo? È passato mezzo secolo ormai e possiamo dire di avere una Corte di Giustizia, un Parlamento e dei Trattati che sono, in qualche modo europei, eppure di quell’Unione, che doveva essere, non solo politica o economica, ma pure democratica, non ne abbiamo nemmeno un accenno. Si pensi che il progetto più avanzato di integrazione europea risale al 1952 quando venne preparato un abbozzo di Trattato per la Comunità Politica Europea, una forma quasi federale di unione dotato di due camere elettive e di organi governativi, secondo il principio della divisione dei poteri, che avrebbero avuto una responsabilità politica nei confronti di quello avremmo davvero potuto definire un “popolo europeo“.

Il progetto fallì, nonostante gli sforzi compiuti, di fronte al nazionalismo dell’Assemblea Nazionale Francese, ed oggi è quello stesso nazionalismo, quello stesso egoismo che sta affossando ogni seria prospettiva di Unione. Ed è in questo difficile momento che il neoeletto Presidente della Commissione Jean Claude Juncker ha tenuto il proprio primo discorso sullo “State of Union” dinanzi al Parlamento Europeo, il 9 Settembre 2015. Piccola nota, la pratica dello “State of Union” prende ispirazione dalla tradizione politica statunitense dove il Presidente degli Stati Uniti tiene annualmente una relazione sui progressi dell’Unione Federale.

Tanti sono i temi affrontati dal primo Presidente eletto secondo la nuova procedura prevista dal Trattato di Lisbona, presidente in qualche modo più connotato politicamente, dato che dovrebbe essere, nell’idea dei Trattati, eletto indirettamente dai cittadini europei, in quanto espressione del gruppo parlamentare più numeroso. Egli ha parlato dell’immigrazione, della questione Grecia, del Regno Unito e della necessità di un sistema euro più forte, rappresentato ufficialmente dal Presidente dell’Eurogruppo e capace di imprimere una politica economica unica, potenziando le funzioni dell’ESM (In italiano: Meccanismo Europeo di Stabilità), nonché dell’idea di fissare un sistema di garanzia dei depositi europei, nonché un vero e proprio Ministero del Tesoro europeo. Senza la volontà di descrivere nel dettaglio il discorso, pubblicamente fruibile dal sito della Commissione, vorrei concentrarmi sui suoi punti più rilevanti.

Il tema con cui il Presidente della Commissione ha aperto la sessione di trenta minuti è quello dell’immigrazione, dove ha avanzato forti critiche nei confronti degli Stati membri ancora riluttanti all’idea di adottare un sistema di ripartizione dei migranti, basato su quote obbligatorie. Egli ha bacchettato gli Stati europei, particolarmente quelli dell’est, ricordandogli come l’Unione Europea rappresenti ad oggi, nonostante le difficoltà, uno dei continenti con più alta concentrazione di benessere. Un continente che non è estraneo al fenomeno migratorio, dato che molte volte i cittadini europei durante il secolo scorso si sono visti costretti a lasciare il proprio paese d’origine: gli ebrei durante l’orrore nazista, i repubblicani spagnoli che trovarono ospitalità presso i campi per rifugiati in Francia, i rivoluzionari ungheresi che andarono in Austria per sfuggire alla repressione sovietica, i cechi e gli slovacchi dopo la primavera di Praga e così via. Egli ha poi ricordato che la Commissione ha proposto ufficialmente un piano per ridistribuire 160,000 mila profughi tra i 28 Stati membri, sottolineando come, nonostante si senta spesso parlare di “invasione“, gli immigrati che tentano di accedere al nostro continente rappresentino appena lo 0.11% della popolazione europea.

Juncker ha poi parlato di Grecia, ribadendo che chiunque governerà dopo il 20 dovrà attenersi ai limiti dell’ultimo accordo raggiunto, e della Gran Bretagna, affermando la volontà della Commissione di fare tutto il possibile per tenere il paese dentro l’Unione. Le proposte di Juncker, nonostante le premesse, sono molto più deboli di quel che si possa pensare, ma in un momento in cui gli Stati europei a stento riescono a stare nella stessa riunione assieme, suonano drammaticamente realistiche.

Che l’Unione possa andare avanti verso una maggiore integrazione è dubbio, ma la sfida degli attuali leader europeisti sta proprio qui.

A questo punto, o si spinge per un’Europa più unita e democratica, o tante vale abbandonare questi vincoli, spesse volte insostenibili per i cittadini europei. Che l’Unione sia necessaria quanto nel 1950 è evidente: i populismi di destra acquisiscono pericolosi consensi, e tante sono le sfide che il nostro tempo riserva, soprattutto di carattere economico (dato l’altissimo tasso di disoccupazione ed il fallimento del neoliberismo), e soltanto un approccio unitario che vada verso una politica basata sulla solidarietà e la giustizia sociale può aiutarci a superarle.

Antonio Sciuto

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