Quello che non dice Rosy Bindi è come nasce la camorra

0
73
camorra

Sede della prefettura di Napoli: la commissione parlamentare antimafia si riunisce per discutere dei recenti episodi di criminalità sul territorio napoletano. Non si era ancora nel vivo della questione quando scatta la polemica al suono delle parole proprio di Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare antimafia: “La camorra è un elemento costitutivo della città e della società di questa città.”

Sono queste le parole che destano sconcerto, dapprima tra i presenti, poi tra i cittadini: tra questi ultimi, offesi, la polemica prende fuoco soprattutto sul web. Ma la Bindi non abbassa il tiro: “Se qualcuno si è offeso non posso chiedere scusa perché ne sono convinta. Non ho mai parlato di dna. Non negare la camorra è il primo atto per combatterla.” Immediatamente il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca controbatte:  “Considero un’offesa sconcertante a Napoli e a tutti i nostri concittadini l’affermazione dell’onorevole.

Ancora, il primo cittadino Luigi De Magistris  salta dalla sedia offeso:  “I dati costitutivi della città sono altri. La cultura, la storia, l’umanità” – dichiara – “La camorra è diventata un fenomeno forte perché ha fatto ingresso in centri di potere e per troppi anni è andata a braccetto con la politica.”

Alla storia della nascita della camorra e delle mafie in generale, si riferisce la frase del sindaco di Napoli. Nonostante le teorie – che vogliono sia un elemento culturale o addirittura una devianza biologica, la causa della nascita e dello sviluppo delle mafie in alcune regioni del Mezzogiorno – la storia ci rivela le reali motivazioni.

Fu nei primi anni dell’Ottocento che maturarono le condizioni per la nascita delle mafie: con la fine del feudalesimo, gli ex feudatari rimasero i proprietari delle loro terre, ma, non essendo più queste “un bene inalienabile” con una legittimazione statale, i proprietari si videro costretti a venderle o a metterle a gabella (ossia mettere la terra in fitto). Allora i gabellotti, gli intermediari dei baroni (coloro che erano gli ex feudatari), per difendere le terre affidategli da questi, assoldarono ladri e banditi per controllarli. Fu tra queste nuove figure che emersero i mafiosi. La violenza infatti, alla fine del feudalesimo, non è più sotto il monopolio dello Stato, ma anzi è proprio quest’ultimo che legittima la violenza di alcuni, a difesa dei propri interessi e possedimenti. Questo fu soltanto il primo avvenimento in cui la mafia intervenne in soccorso e al fianco dello Stato, ma molti altri se ne potrebbero citare. È infatti proprio dove si crea uno spazio lasciato vuoto dallo Stato o in cui questo da solo non riesce, che le mafie si inseriscono con l’uso della violenza, diventando talvolta delle vere e proprie istituzioni.

Un breve excursus storico per dimostrare come in realtà i cittadini o la cultura napoletana non c’entrino con lo sviluppo delle organizzazioni criminali di tipo mafioso in questi territori; ma come sia  stato lo Stato, all’origine e non solo, a creare terreno fertile per la nascita, la crescita e l’affermazione di questo nuovo tipo di violenza privata. Le organizzazioni criminali di tipo mafioso, infatti, infettano il territorio nazionale da oltre un secolo e invece lo Stato, per potenza armata e organizzazione superiori, avrebbe potuto eliminare questa piaga sin dagli esordi. Se invece le mafie si sono insediate così in profondità sul territorio, sono cresciute fino a oltrepassare i confini italiani, è perché da sempre il binomio Stato-Mafia è stato forte e vantaggioso per entrambe le parti. All’inizio dell’ascesa di questa nuova forma di violenza privata, addirittura questa non era riconosciuta come pericolo, bensì come una presenza utile ed essenziale: le mafie infatti, in cambio della legittimazione della propria presenza, assicuravano allo Stato il mantenimento dell’ordine sociale nei territori controllati.

Perciò elemento costitutivo della società napoletana e non solo – probabilmente, anziché la camorra, è la sfiducia in un Stato, che sin dai tempi antichi, anziché proteggerla e liberarla questa città, ha contrattato con i suoi oppressori con lo scopo unico di incrementare i propri interessi.

Lucia Ciruzzi

CONDIVIDI
Articolo precedenteMatthew Dicks, L’amico Immaginario
Articolo successivoIntervista con Mattia Papa: ”L’Orientale deve scusarsi con gli studenti”
Lucia Ciruzzi, classe '94. Convinzione cardine della mia vita è che alla base di ogni cosa debba esserci la curiosità, motore di tutto che spinge l'individuo in territori inesplorati e in cui mai si sarebbe immaginato di entrare. Proprio addentrandomi in questi territori nuovi ho scoperto la passione per la giocoleria e il mondo degli artisti di strada; da qui è nato l'hobby delle bolas, con cui ogni giorno mi esercito nel disperato tentativo di imparare qualcosa. La mia ambizione più grande è quella di diventare una giornalista; in particolar modo sogno di girare il mondo, zaino in spalla e all'avventura, e di scrivere di luoghi, culture e popoli. Da questo desiderio, naturalmente, la mia collaborazione al periodico Libero Pensiero, per il quale scrivo nelle sezioni "Napoli e aree locali" e "Cultura".

NESSUN COMMENTO