Napoli, famiglie rivendicano il diritto all’abitare

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Se per ogni cosa c’è un punto di partenza, di sicuro quello di ogni famiglia è una casa. Quattro mura e un tetto sotto il quale crescere i figli, dormire, mangiare, in poche parole… vivere.

È difficile arrendersi all’idea che nell’Italia di oggi, secondo dati Istat, ci sono oltre 7 milioni di poveri, di cui 4 milioni in povertà assoluta. Ed è difficile ammettere che il divario tra Nord e Sud continua inesorabilmente a spaccare la nazione in due nella buona e soprattutto nella cattiva sorte: nel Mezzogiorno la povertà assoluta è attestata all’ 8,6 % rispetto al 4,2 % del Nord Italia. Ma i numeri parlano chiaro ed è difficile trovare via di scampo davanti alle statistiche e alla matematica.

Con la crisi che, nonostante falsi entusiasmi di crescita, continua ad attanagliare il nostro paese, non deve sorprenderci neanche l’idea che spesso il diritto all’abitare, il primo mattone per costruirsi una vita, venga meno. Certo ci sono le case popolari, ma anche questa volta a sbatterci in faccia la realtà arrivano in soccorso i numeri: secondo l’Unione Inquilini, sono circa 700 mila le famiglie in graduatoria, in attesa di entrare in case popolari. I ritmi sono troppo lunghi e la povertà troppo grande per far fronte a vere e proprie emergenze abitative.

Ed è così che iniziano scontri, occupazioni di case sfitte o abbandonate e sgomberi. Esattamente la situazione che si presenta ai nostri occhi a Ponticelli, quartiere di Napoli, in zona Santa Croce, dove 24 nuclei familiari, da circa 25 anni, hanno occupato l’ex orfanotrofio femminile -fondato all’inizio del Novecento, dedicato alla figura di Luigi Franciosa e gestito dalle Suore degli Angeli. L’orfanotrofio è proprietà della Fondazione Opera Pia Aniello Franciosa appartenente alla Curia di Napoli che, improvvisamente svegliatasi dal lungo sonno che le aveva fatto dimenticare della struttura lasciata abbandonata a se stessa e in condizioni di degrado, ha deciso di denunciare, scatenando il panico tra le circa 100 persone risedenti lì.

Nonostante gli occupanti da tempo stessero cercando di mandare avanti un accordo con la Curia e il Comune di Napoli, la polizia, insieme ai carabinieri e tecnici dell’Enel e dell’Abc (Acqua Bene Comune) sono intervenuti nella giornata del 15 Settembre per effettuare lo sgombero. La resistenza da parte degli abitanti di circa sei/sette ore ha portato ad una proroga dello sgombero, ma non senza conseguenze: da quel giorno chi vive nello stabile è costretto a condizioni precarie poiché si è provveduto a staccare le utenze.

Proprio per rivendicare non solo il diritto all’abitare ma anche condizioni di vita dignitose nella giornata di ieri hanno occupato simbolicamente l’organo presente all’interno del Duomo di Napoli, durante la celebrazione di un matrimonio, con uno striscione che parlava per ognuna di quelle persone lì presenti: Accoglienza per tutti, solidarietà per tutti, acqua bene comune, no agli sgomberi”.

L’USB in un comunicato afferma che: “dopo occupazione all’interno del Duomo, una delegazione degli occupanti e una delegazione di ASIA – USB, è stata ricevuta dal Vescovo che ha ribadito la volontà della CURIA a perseguire il percorso di risoluzione del problema in continuità con il protocollo d’intesa sottoscritto tra il Comune di Napoli e la nostra Organizzazione Sindacale.” Si va avanti tra trattative che vedono gli occupanti disposti a pagare luce, gas e acqua nonché un affitto in proporzione alle loro possibilità, e presidi di solidarietà, come quello a Piazza municipio presso l’ingresso di Palazzo S. Giacomo sede del Comune di Napoli del 17 settembre. Solo dopo la determinazione delle famiglie e la solidarietà del quartiere, è stato proclamato dissequestro momentaneo ed è stata ripristinata la fornitura dei servizi. Ma purtroppo ciò non basta a garantire il diritto all’abitare.

D’altronde, togliere un tetto ad una famiglia è una responsabilità troppo grande per chiunque, togliere acqua e luce a delle persone è un reato verso la civiltà.

Alessandra Vardaro

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