Il nostro Eurobasket: analisi e considerazioni

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Il nostro Eurobasket
Il nostro Eurobasket

Ha vinto la Spagna. Non che fosse qualcosa di impensabile, però, considerando le tante assenze – Marc Gasol su tutti – e l’avanzare dell’età dell’altro Gasol, Pau, che lo scorso 6 luglio ha spento 35 candeline su di una gigante torta biscotto, qualche dubbio sulla reale forza della squadra di Sergio Scariolo era lecito. E, invece, siamo qui, ancora una volta (la terza, per la precisione) a celebrare la forza di una generazione che continua a tenere la Spagna del basket sulla mappa del mondo. E sul catalano dei Chicago Bulls due volte campione NBA, che si può dire ancora? Niente. Quando si ha di fronte un esempio di longevità atletica di questo tipo, con un QI cestistico fuori dalla norma e una regalità nei movimenti che incornicia nel migliore dei modi una tecnica meravigliosa, le parole sono superflue e, dopo 17 anni di basket, suonerebbero anche ridondanti e ripetitive.

Onore anche ai vinti, ovviamente, perché non bisogna dimenticare il cammino di una strepitosa Lituania che, con la forza del gruppo, è riuscita a confermare la medaglia d’argento conquistata due anni fa in Slovenia. Un risultato straordinario, che certifica la crescita del basket lituano e che permette alla squadra di Kazlauskas di essere presente ai Giochi Olimpici di Rio 2016.

La forza della Lituania noi la conosciamo bene. È la seconda volta consecutiva – sempre ai quarti, tra l’altro –  che il nostro cammino viene interrotto da Maciulis e compagni. Questa volta, però, la caduta fa molto più male. Le aspettative nei confronti di questo gruppo erano molte, anche da un punto di vista mediatico, cosa a cui il basket italiano non è molto abituato ultimamente, se non per raccontare eventi che col basket giocato hanno molto poco a che vedere, tipo le sceneggiate in panchina a Varese di Pozzecco o il processo Montepaschi. Bisogna, però, fare immediatamente una precisazione: non è stato assolutamente un fallimento, innanzitutto perché l’obiettivo pre-olimpico è stato raggiunto, il che ci darà un’altra chance per staccare un ticket per Rio. In uno sport così complicato, con tante variabili da tenere in considerazione, di cui molte imprevedibili, non si può ridurre il tutto a un concetto del tipo “vittoria : successo = sconfitta : fallimento”. Sarebbe troppo semplice e, permetteteci, anche troppo banale e superficiale. Questo non significa che perdere sia gratificante o appagante – le parole di Gallinari sottolineano comunque la delusione di chi, ancora una volta, ha visto svanire un sogno – ma bisogna contestualizzare il tutto prima di tirare le somme.

I LIMITI. Contestualizzare significa aprire un discorso molto più ampio, molto più di un “Belinelli ha tirato con 3/11 da tre, quindi è colpa di Belinelli”. No, assolutamente. Partiamo dalle basi, innanzitutto: il gruppo. Si vince insieme e si perde insieme. E, dunque, semplicizzando, si potrebbe dire che abbiamo perso con la Lituania, perché a livello di squadra ci è superiore. E, anche se a livello di singoli l’Italia probabilmente è ed era una delle nazionali più forti, non è la somma delle singole individualità che determina il risultato di una partita di basket, ma la capacità delle stesse di amalgamarsi. E noi, in questo senso, non eravamo pronti abbastanza. Le motivazioni da addurre a questa considerazione vanno ricercate in una disabitudine da parte dei ragazzi di giocare assieme: mai, prima della palla a due alzata contro la Turchia, questo gruppo aveva giocato al completo. Ovviamente, per completo, si intende la presenza contestualmente di Bargnani, Belinelli e Gallinari. Roma non è stata costruita in un giorno, si dice in questi casi. Ed è vero. Assolutamente. È impossibile ipotizzare che un gruppo di giocatori che non ha mai giocato assieme possa, in poco tempo, trovare l’alchimia giusta e diventare squadra da un giorno all’altro: è un processo che richiede tempo e lavoro. Un processo che, addirittura, faticano i club ad assorbire, figurarsi una nazionale che praticamente deve giocare ogni 48 ore. L’assenza di un gioco si è palesata per l’intera competizione, e soltanto le prodezze in isolamento di Gallinari e Belinelli hanno permesso a queste problematiche di avere un impatto minore. Ma, prima o poi, era normale che saltassero fuori. Gli stessi palleggio, arresto e tiro di Marco che ci hanno fatto sognare in queste due settimane, sono giocate straordinarie senza ombra di dubbio, ma in un contesto di gioco ben organizzato sono tiri che non andrebbero presi (non sempre, almeno), al di là che la retina si muova o meno. Quello che gli americani chiamano open shot, noi siamo riusciti a crearlo poche volte, a causa di una scarsa verticalità della manovra di gioco, dovuta a un tipo di attacco troppo statico. A questi vanno aggiunti i limiti difensivi. Evidenti. Colpa di Hackett, Bargnani, Cinciarini? No, nessuno dei tre. Nessuno in generale. Il problema è stato lo stesso visto offensivamente: mancanza di un sistema. Un’organizzazione difensiva non adeguata che ha creato confusione, soprattutto quando i tempi decisionali dovevano essere brevi perché gli attacchi erano molto rapidi (Turchia e Germania).

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La situazione difensiva in foto è uno dei giochi che più ha sofferto la nazionale di Pianigiani: pick and roll tra una guardia veloce – in questo caso Dixon – e un lungo; si apre la difesa, gli aiuti non arrivano e Hackett si trova così nella Terra di Mezzo tra due giocatori. In questo caso il play della Turchia premia il n.9 e lo lancia a canestro, ma molto spesso un’azione di questo tipo, a causa di una difesa che si stringe troppo e con tempistiche sbagliate, è culminata in un gioco da tre da parte degli esterni.
Ripetiamo, non è che la colpa sia stata di Tizio, Caio o Sempronio, semplicemente è il complesso che ha riscontrato delle difficoltà che, ad ogni modo, era lecito aspettarsi riscontrassero.

NOTE POSITIVE. Coesione e carattere. Queste sono state le componenti fondamentali di questa squadra. Nonostante i limiti tattici e l’infortunio di Gigi Datome – che va a iscriversi in quelle variabili di cui abbiamo accennato qualcosa prima – non c’è stata una singola partita in cui i ragazzi non abbiano dato il massimo. Una compattezza che ha permesso anche ai meno protagonisti – vedi Della Valle o Polonara – di sentirsi comunque una pedina importante all’interno dello scacchiere azzurro, facendo il proprio dovere una volta chiamati in causa. Lo stesso Datome, pur da infortunato, non ha mai abbandonato i suoi doveri da capitano, supportando chi era in campo dalla panchina e consigliando durante i time-out. E nei momenti difficili, la forza del gruppo è venuta fuori, permettendo di recuperare partite che sembrava non si potessero recuperare (Turchia e Lituania) o imponendosi in situazioni dove magari la logica direbbe tutt’altro (Spagna e Germania).

FENOMENI. La nazionale più talentuosa di sempre. Lo abbiamo sentito spesso negli ultimi mesi, lo abbiamo affermato anche noi di Libero Pensiero nella preview di Eurobasket. E, nonostante non sia arrivata nessuna medaglia, continuiamo a ripeterlo: questa nazionale è composta da giocatori di un livello così alto che forse neanche ce ne rendiamo conto. Danilo Gallinari è assolutamente un top-NBA, un giocatore che potrebbe (e fa!) la differenza contro chiunque – chiedere a Carmelo Anthony per info – perché è il prototipo di giocatore moderno, che abbina una struttura fisica straordinaria a una tecnica fuori dal comune; i suoi punti O-famo-strano (per citare “The Voice” Flavio Tranquillo che, a sua volta, cita Carlo Verdone) sono frutto di una coordinazione che è difficile da vedere nello sport in generale, figurarsi su di un parquet. Ormai, quello che fa (e come lo fa) non dovrebbe più stupirci, eppure ci riesce comunque. Il binomio atletismo fuori dal comune e tecnica è presente, ovviamente, anche in Andrea Bargnani. Probabilmente sulla sua testa pesa la spada di Damocle di essere stato il primo giocatore europeo ad esser chiamato come prima scelta al Draft (2006, ndr), ma non si può negare che il ragazzo nativo di Roma sia un fenomeno, a partire dalla genetica: un’ala grande con il fisico di un centro e la mobilità di un 3. Speriamo che questo Eurobasket possa essere stato solo l’inizio del suo rilancio anche in territorio americano. E poi… e poi c’è Marco Belinelli, cosa possiamo ancora dire su questo ragazzo? È l’esempio più lampante di come il duro lavoro ripaghi sempre. Fino a tre stagioni fa non era neanche considerato nelle rotazioni di Thibodeau a Chicago; ha aspettato la sua possibilità, gli è stata concessa e da lì in poi non ha sbagliato più un colpo: decisivo in gara-7 con i Nets, l’arrivo a San Antonio, il titolo di miglior tiratore da tre all’All Star Weekend e poi il titolo, quello vero, l’unico che conta, che lo ha portato nell’Olimpo dello sport italiano. Non ci esprimiamo neanche sul Beli, decidete voi quale aggettivo affibbiargli. Chiudiamo con Ale Gentile, il presente dell’Armani Jeans Milano e il futuro della nostra nazionale. Un ventiduenne che gioca come un veterano; un carisma e una capacità di leggere il gioco che alla sua età è ridicoulous, come direbbero dall’altra parte dell’oceano con accezione certamente positiva.

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ROAD TO RIO 2016.  Partiamo col dire che la partecipazione al Torneo pre-olimpico di Rio garantisce già all’Italia un posto per l’Europeo del 2017. Un’ottima notizia. Non è affatto una buona notizia, invece, l’elenco delle partecipanti a queste qualificazioni per Rio, perché la qualità è molto alta e i posti vacanti sono pochi: tre. A novembre la FIBA deciderà la sede. Importante questo appunto, perché un’eventuale scelta di Torino permetterebbe all’Italia di ricevere la wild-card per le Olimpiadi. Altrimenti, dovremo sperare in un buon sorteggio.

Neanche a una settimana dalla fine di Eurobasket, la corsa verso Rio è cominciata, e la lotta sarà serratissima.

Fonte immagini: Google

Michele Di Mauro

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