Il TTIP è un accordo ancora non raggiunto, e dunque un tentativo di accordo, per il quale si stanno svolgendo dei negoziati tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che ha composto una apposita commissione guidata da Ignacio Garcia Bercero.

Sulle modalità con le quali vengono condotte tali trattative si è molto discusso e alcuni giornalisti europei (in Italia in particolare Marco Bersani e Francesca De Benedetti) ne hanno contestato l’opacità. Un’accusa che è stata giudicata infondata dagli organismi europei, i quali hanno creato una apposita sezione del sito dell’UE – http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/index_it.htm – che ha una evidente funzione pubblicitaria (immediatamente visibile la scritta “Le dieci maggiori bugie sul TTIP” alla quale segue un documento abbastanza breve e scarno e in alcuni punti volutamente menzognero) e contenente alcune note esplicative sul contenuto del futuribile trattato.
Esso riguarderebbe il libero scambio, ossia la possibilità di consentire nella maniera più agevole possibile il trasporto di merci americane e la vendita delle medesime negli stati europei (e viceversa). La necessità di creare una zona di libero mercato così ampia sarebbe imposta dai dazi doganali: l’aliquota media dei dazi doganali è pari al 2%, ma in alcuni settori risulta molto più elevata (140% per i prodotto caseari; 30% per quelli di moda). Aliquote particolarmente onerose non sempre giustificate da una politica economica di protezionismo, ma piuttosto da una volontà di aumentare il gettito fiscale.
L’accordo non è però limitato alle aliquote: esso tratta anche della riduzione dei controlli sui beni prevista da una clausola di parificazione dei livelli europei a quelli americani (ossia ad un livello più basso, nonostante il recente scandalo del mercato automobilistico sembrerebbe confermare la necessità di renderli più rigidi). Il che non sarebbe privo di conseguenze giuridiche negative nel nostro sistema: i controlli previsti dalla nostra normativa sono volti ad una tutela della salute del cittadino, ed un restringimento dei poteri delle autorità di controllo potrebbe comportare la violazione dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale (i quali, fortunatamente, non possono essere oggetto di revisione, se non per inserire una formulazione maggiormente estensiva).
Il mancato adeguamento alle previsioni del trattato dovrebbe essere accertato da un organismo internazionale, ossia una corte di giustizia. Chiaramente per aversi una corte di giustizia che sia indipendente (e dunque equa) si necessita di alcuni elementi basilari, patrimonio comune della tradizione giuridica continentale, ossia: a) la impossibilità della revoca del mandato; b) la insussistenza di un legame politico tra il giudice nominato e lo stato di appartenenza; c) l’impossibilità per un altro organismo di giudicare gli atti compiuti in esecuzione del mandato. Tale tribunale non giudicherebbe unicamente sui rapporti tra Stati, ma anche sui rapporti tra investitori (o consumatori) e società, con un oggetto di giudizio estremamente ampio ed i cui limiti non sono stati ancora specificati.

Per la Commissione Europea questi rischi sono insussistenti, frutto della fantasia delle menti di gruppi estremisti di sinistra sempre volti ad analizzare ogni fenomeno internazionale quale cessione di sovranità nazionale alla finanza globale. Una contestazione che potrebbe anche apparire convincente, se non fosse che adesso le critiche sono mosse da Hollande, il presidente socialista francese che di tutto può essere accusato, salvo che di essere il classico comunista con la maglietta di Che Guevara e delle idee vaghe e confuse di economia e marxismo.
La Francia minaccia di sospendere i negoziati e di non sottoscrivere l’accordo: eccessive restrizioni, pericoli per i cittadini e negoziati opachi. Strano che si sia accorto di questa opacità unicamente adesso, e non nei mesi precedenti; strano che non se ne sia accorto neanche quando scoppiava lo scandalo (poi stranamente scomparso) sulle intercettazioni di CIA ed FBI aventi ad oggetto le comunicazioni delle ambasciate europee. Difficile esplicare questo improvviso revirement: forse un tentativo di recuperare consensi in quell’elettorato di sinistra che ha abbandonato il suo partito dopo la nomina a presidente del consiglio di Valls (noto per aver proposto di cancellare la parola “socialista” dal nome), forse un bluff per tentare di ottenere qualcosa in più per favorire la Francia nei rapporti economici con gli USA. Difficile ancor di più esplicare il fatto che il silenzio delle altre capitali perduri: l’UE avvia dei negoziati senza informare gli stati nazionali, che saranno successivamente chiamati a ratificarlo, e nessuno richiede chiarimenti? Un mistero europeo, o forse un’evidenza del capitalismo.

Vincenzo Laudani

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